IERI SU RAI UNO LA PRIMA PARTE DEL FILM SU BASAGLIA HA VINTO, IL FILM E’ BELLO, HA COMMOSSO, HA FATTO RAGIONARE, HA RICORDATO DEGNAMENTE UN GRANDE PROTAGONISTA DEL 68.
La fiction sull’opera di riforma di Franco Basaglia, “C’era una volta la città dei matti”, ha vinto la gara degli ascolti nella prima serata di ieri. La miniserie di Raiuno dedicata all’abolizione dei manicomi è stata vista da quasi 5 milioni e mezzo di telespettatori (5.442.000), con il 21,25 per cento dello share. Su Canale 5 Amici di Maria De Filippi, dalle 21,33 a mezzanotte e 45 circa, ha avuto quasi 5 milioni di telespettatori (4.920.000).
IN PRIMO LUOGO CONVIENE SOFFERMARSI SUL FILM E SULLA SUA STESSA BELLEZZA, GRAZIE SOPRATTUTTO ALLA STRAORDINARIA PRESTAZIONE DI FABRIZIO GIFUNI,
DA il manifesto
Silvana Silvestri FICTION TV «C’era una volta la città dei matti»
Fabrizio Gifuni antipsichiatra
La vitalità dell’esperienza rivoluzionaria di Franco Basaglia di cui oggi ci sono rari esempi ce la restituisce Fabrizio Gifuni con rara sensibilità in C’era una volta la città dei matti di Marco Turco. Dopo essere stato De Gasperi per Liliana Cavani, papa Montini per Fabrizio Costa, aver ricevuto il nastro d’Argento per La Meglio gioventù (dove Lo Cascio era allievo di Basaglia), perfetto giudice in Galantuomini di Winspeare, ora lo seguiamo nella limpidezza del suo avanzare nella teoria e prassi a liberare l’umanità offesa. Come avrà avvicinato il difficile personaggio? «Con molta pazienza e cercando di prendermi il maggior tempo possibile, dice Gifuni, perché se c’è un’idea «folle» in tutto questo lavoro è forse il tentativo di far rivivere una figura come Franco Basaglia in un racconto di finzione. Il mio lavoro prevede una componente di forte irrazionalità che ogni volta assume caratteri diversi. Mi ha immediatamente convinto la regia di Marco che conosco da più di dieci anni per aver fatto il suo primo film nel ‘98 a Parigi e collaborato al documentario In un altro paese. Poi mi ha convinto la sceneggiatura che non aveva una struttura biografica, come in genere si fa in tv, ma più punti di vista: mi sembrava un modo di procedere basagliano. Sarebbe stato sbagliato raccontare come impresa di un uomo solo questa grande pagina di storia del nostro paese, raccontata qui come una grande esperienza collettiva, una grande rivoluzione non soltanto psichiatrica, ma anche sociale di tante donne e tanti uomini. È importante che il punto di vista fosse quello di Franco ma anche dei pazienti, degli infermieri e delle famiglie. Poi è stata convincente l’idea di girare il film in strutture reali e non in teatri di posa: nei vecchi padiglioni di Imola perché Gorizia poteva essere utilizzata solo negli esterni, completamente trasformata negli interni in questi quarant’anni. E a Trieste abbiamo girato nel S. Giovanni. Non soltanto gli ambienti ci regalavano ogni giorno un’esperienza autentica, ma hanno preso parte al film tanti uomini e donne che hanno vissuto problemi di disagio mentale e che adesso partecipano a laboratori teatrali e artistici. Hanno partecipato con entusiasmo e professionalità creando quelle dinamiche dialettiche tutte basagliane per cui saltavano i ruoli della macchina cinema con le sue gerarchie precise. In questo caso il set non era un set anarchico, ma ci si lasciava volentieri contagiare anche da quello che succedeva.
Non credo che sia più facile o più difficile interpretare un personaggio realmente esistito, credo che cambi in parte il lavoro di preparazione. Io prima tento di immergermi nel mondo del personaggio, un lavoro molto paziente e lungo di ricerca e documentazione, radunando tutto il materiale possibile dei documenti audiovisivi, cartacei, fotografici, la ricostruzione dell’ambiente e poi (semplificando) bisogna distaccarsi da tutto questo per tentare una via interpretativa originale, per non rimanere schiacciati dal modello. Ho avuto la possibilità di valutare gli effetti della legge 180, ho passato molte ore con Peppe Dell’Acqua uno dei collaboratori di Basaglia, attuale direttore del dipartimento di salute mentale di Trieste, supervisore scientifico del film. Con lui ho fatto un giro delle attuali strutture che sono le possibilità reali di attuazione delle legge . Premesso che questa legge ha restituito non soltanto la dignità ma anche i diritti civili a persone che erano state completamente escluse, vedere queste strutture che Basaglia aveva previsto per legge (i centri di salute mentale, le microaree ecc.) indispensabile sostegno per le famiglie, fa capire che è un falso che la legge abbia scaricato tutto il peso sulle famiglie.
C’è un’intervista, tra tutte quelle che ho visto, a Franca Ongaro, la moglie di Basaglia, figura straordinariamente importante perché mentre Franco è morto a 56 anni, lei ha potuto battersi in parlamento per l’attuazione della legge. Lì Enzo Biagi fa un po’ l’avvocato del diavolo e lei gli dà una risposta fulminante: non credo, dice, che esista una pazzia diversa in alcune regioni piuttosto che in altre, semplicemente ci sono comuni, province e regioni che hanno speso soldi in un certo modo creando le strutture che erano previste e altre che hanno speso i soldi per altro. E oggi è facile pensare come sono stati utilizzati, alla luce delle vicende della sanità».
LA FIGURA E L’OPERA DI BASAGLIA CONTINUANO A ESSERE UN RIFERIMENTO DI FONDO, BENE HA FATTO DUNQUE CHI HA RICORDATO LA SUA SCELTA DI FONDO E LA SUA BATTAGLIA.
/da IL FATTO QUOTIDiano 6 febbraio 2010
Il medico che chiuse le case dei matti
di Maurizio Chierici
Non è facile immaginare Franco Basaglia davanti alla tv mentre scorre il film sui matti da slegare, storia della sua utopia testarda che ha sconvolto la provincia culturale dell’Italia anni Sessanta. Jean Paul Sartre se n’era innamorato: “Un intellettuale concreto”. Ma i baroni della medicina frenavano, furibondi. Basaglia cancellava il ruolo dominante di signori delle corsie. Ne rimpiccioliva il potere sgretolando quel potere che la tradizione gli conferiva in quanto primario. E la casta non lo sopportava. Non sopportava l’abitudine di sgobbare quindici ore al giorno. Si era sfilato il camice, segno di autorità che ancora oggi intimorisce chi ha una gamba rotta, immaginiamo gli esclusi inchiodati nei letti di contenzione.
All’elettrochoc sostituiva la terapia della parola. “Dev’essere matto se discute con i matti”. La gente senza nome era nessuno: numeri nella contabilità dell’ospedale – casa di pena. La rivoluzione di Basaglia e degli psichiatri che lo seguivano “nella follia” considera quei malati dagli occhi spiritati, non ergastolani sepolti dal codice, ma persone estromesse dalla vita civile.
Sempre povera gente, nessun borghese o possidente ai quali era permesso superare la “debolezza” nella cliniche private. Permesso negato a contadini e braccianti: polvere della società, vergogna delle famiglie. E l’autorità li seppellisce dietro le grate con un timbro che ruba la loro vita. “Signore e signori” (li chiamava così) per Basaglia avevano solo bisogno di aggrapparsi alla considerazione di chi li curava.
Obbligatorio salutarli chiamandoli per nome. Obbligatorio affrontare assieme problemi reali e immaginari nelle assemblee terapeutiche che precedevano le assemblee ’68. Ne sollecitava gli interventi. “Lei, perché non parla?”. Li abitua a parlare. Non sempre la logica accompagnava le cose che mettevano in fila: ma guai interromperli, Basaglia alzava la voce.
Nella Gorizia del 1962 si era accorto che la demenza di gran parte dei degenti (”ospiti provvisori”) aveva radici nella voglia di scappare dalla fatica che opprimeva la vita grama. E bevevano. Ottanta per cento di alcolisti. Le sbornie li avevano trasformati in fantasmi che la comunità non sopportava. I primi giornalisti che la curiosità aveva portato a Gorizia dovevano solo divertire i lettori nel racconto dell’ospedale più strampalato del mondo.
Assemblea di ogni venerdì mattina: Basaglia, Franco Rotelli, Agostino Pirella, Slawitz, tanti, dirigono la riunione che deve decidere i nomi di chi può tornare a casa per il fine settimana. Concessione che indigna il procuratore della Repubblica e l’onorevole missino della città: “Attentato all’ordine pubblico con complicazioni internazionali”.
Perché il muro che chiude il parco del manicomio segna il confine tra Italia e Jugoslavia. “Il signor Furlan merita la vacanza in famiglia?”. Lo decidono voti e interventi: “Non merita perché ha promesso che appena esce beve”. Il signor Furlan scuote la testa. “Le prometto di proporla per il prossimo weekend”. Parola incomprensibile, ma una promessa del direttore è una promessa seria. E si acquieta. Da Gorizia a Parma, manicomio di Colorno mentre i ragazzi del ’68 si innamorano della sua follia. Occupano gli ospedali dai letti incatenati.
Ecco l’incontro fatale con Mario Tommasini, assessore alla sanità, terza elementare: la sua pietà aveva preceduto la pratica del professore. Aveva svuotato gli orfanotrofi distribuendo alle famiglie che adottavano un bambino quanto doveva spendere per mantenerlo nella solitudine dei cortili. Sotto l’ala di Basaglia, Tommasini chiude il manicomio liberando i matti-contadini in una fattoria dove già provano a dimenticare le polveri bianche ragazzi che scappano dalla droga. Ne diventano angeli custodi. Amministrazione affidata a detenuti in libera uscita nelle ore del lavoro. “Ha perso la testa”: i baroni non si arrendono. Invece funziona. “Impariamo a conoscere il diverso per farlo vivere con noi”.
La Salvarani che fa mobili è la prima industria d’Europa ad assumere venti operai down: la solidarietà dei lavoratori accanto li trasforma in operai come gli altri. La reazione della buona società è terrificante. Giornali e tv scatenate. Anche perché Basaglia insiste nel trascinare i suoi fantasmi nella vita. Gita in aereo, mondo capovolto. Attenzione agli sguardi che i relitti uomini e i relitti donne incrociano nelle passeggiate nel parco. Basaglia e Tommasini creano appartamenti comunità.
Affiorano tenerezze sepolte. Ma l’assedio non si arrende. A dire il vero anche certi intellettuali continuano a considerare i malati protagonisti marginali della società. A Trieste, Basaglia trasforma l’ospedale asburgico – padiglioni in fila nella collina – in una comunità multiculturale con risvolti commerciali. Via le sbarre, uffici, bar. Le famiglie che passeggiano la domenica non sospettano che il giardiniere o la ragazza che porta il caffè o il guardiano gentile nei saluti, qualche mese prima vagavano dietro le sbarre.
Nel 1977, mentre il progetto della legge che chiude i manicomi inquieta baroni e onorevoli della tradizione, Basaglia organizza un convegno per “rompere i meccanismi dell’emarginazione”. I nuovi filosofi parlano con Felix Guatari. Il professore pretende la testimonianza di un paziente, ma attorno al microfono di stringono i francesi di Marge e gli autonomi italiani.
Vogliono parlare e subito. Lo spingono fuori, lo buttano a terra. Torna allo studio pallido e senza una parola: due costole rotte. Franca Ongaro, la moglie con la quale ha condiviso il sogno, lo fascia con pazienza. Perché serve pazienza quando si ha un marito che vuol tornare nel caos per ascoltare e spiegare. Torna, spiega, ecco l’applauso liberatorio. “Non è successo niente. Ricominciamo”.
COME ERA PREVEDIBILE LA POLEMICA SU BASAGLIA E’ SUBITO ESPLOSA. E CREDO SIA DESTINATA A PROSEGUIRE. BASTA CITARE MARCELLO VENEZIANI CHE HA SCRITTO CHE “La sua fu una utopia generosa costata troppo dolore”( da IL GIORNALE)
Basaglia santo subito? Sarebbe una pazzia
Non è a Franco Basaglia che dovevate dedicare un commosso ricordo televisivo a proposito della città dei matti. Non è a lui e alla sua generosa utopia, costata tante tragedie fra i malati di mente e le loro famiglie, che andava dedicata una fiction celebrativa del servizio pubblico della Rai. Ma ad un dimenticato sacerdote del sud, meridionalista concreto, che edificò dal nulla grandiose Case della divina provvidenza per accogliere i malati di mente e poi pensò, vent’anni prima di Basaglia, alla necessità di superare la triste realtà dei manicomi. E studiò un progetto umano e realistico: il villaggio postmanicomiale.
Prima di raccontarvi di lui, vorrei dirvi qualcosa di Basaglia e del ciclone antimanicomiale che da lui prese piede. Ne parlo per esperienza diretta, non in veste di matto, come forse alcuni di voi sospettano, ma perché sono nato e cresciuto nella città dei pazzi, Bisceglie. Un centro che aveva nel suo cuore un grande manicomio, il più grande del sud e qualcuno - forse malato di megalomania - diceva addirittura d’Europa. Un manicomio, la Casa della divina provvidenza, che accoglieva migliaia di malati, dava lavoro a migliaia di infermieri e medici e aveva diramazioni a Foggia, Potenza, Palestrina e Guidonia. Beh, io ricordo la tragedia prodotta dalla legge 180, cosa volle dire il «liberi tutti» ordinato alla follìa; quali drammi scatenò, quanti abbandoni e solitudini, matti allo sbando, incapacità delle strutture ospedaliere di accogliere i dementi in crisi, tormenti delle famiglie che si trovarono a dover sopportare, spesso in condizioni di povertà e di ignoranza, l’arrivo del famigliare pazzo. Quanti dolori esplosero allora e non trovarono strutture pronte ad aiutarli; leggete Mario Tobino che ebbe analoghe esperienze in manicomio da medico. Sarebbe follìa idealizzare i manicomi, ce n’erano alcuni che erano veri lager. Nessuno rimpiange la segregazione della follìa, che fu un frutto perverso del razionalismo scientista, perché i manicomi sono figli dei lumi e della scienza positivista. Sappiamo quanti maltrattamenti e abusi, anche sessuali, quante speculazioni sulla pelle dei matti. Ma la loro abolizione, insieme all’assurda teoria che la malattia mentale non esiste, ma è frutto dei rapporti di classe e delle condizioni socio-culturali, come sostenevano i seguaci sessantottini di Lang, Basaglia e dell’antipsichiatria, produsse ferite e traumi giganteschi. Di tutto questo non si racconta nella lirica epopea di Basaglia e lo si santifica come un Liberatore. L’idea che si potesse abolire la realtà e con la realtà la pazzia, fu la vera aberrazione ideologica di questa perniciosa filantropia. Fu l’egualitarismo, il comunismo applicato alla psiche; fu il delirio dell’immaginazione al potere che si fece antipsichiatria. Di Basaglia va riconosciuta la buona fede, il fervore ideale, ma non possono essere cancellati i paurosi danni della legge 180 che ancora perdurano. A loro vorrei opporre il sano realismo di quel parroco prima accennato. Si chiamava don Pasquale Uva, veniva dal mio paese e lo chiamavano Zì’ Terrone perché proveniva dalla terra e si definiva «operaio nella vigna del Signore». Mentre i meridionalisti teorizzavano il riscatto del sud negando radici, caratteri e tradizioni meridionali, quel cocciuto prete costruì dal nulla, pietra su pietra, tra collette, anticamere e testarde perorazioni, un grandioso ricovero per i malati di mente del sud. Il suo modello fu Cottolengo. Prima di condannare l’esistenza nefasta dei manicomi dovete pensare cos’era l’Italia e in particolare il sud prima che esistessero quelle strutture ospedaliere. I dementi vagavano per le strade, ridotti alla fame e agli stracci, derisi e aggrediti o a loro volta aggressivi e pericolosi. Ci vollero benemeriti come don Uva, e le suore che lo accompagnarono, le ancelle della divina provvidenza, a raccoglierli dalle strade e a dar loro cure, cibi, assistenza. Fu un progresso il manicomio rispetto alla situazione precedente. Fu un atto di pietà e di umanità, altro che segregazione. Ma don Uva capì quanta sofferenza covava dietro quelle grate e sapeva anche l’aspetto atroce dei manicomi. Così, dopo trent’anni di gestione degli ospedali psichiatrici, don Uva pensò nei primi anni Cinquanta ad una bonifica degli ospedali psichiatrici e progettò i villaggi postmanicomiali, una struttura aperta che immettesse gradualmente i malati nel mondo libero. Progettò così una città per i malati di mente che avesse al suo interno azienda agricola, pascoli, stalle, orti, vigneti e frutteti, laboratori, molini e pastifici, cinema-teatro e caffè, circoli e sale di bigliardi, impianti sportivi. Pensò cioè di accompagnare gradualmente i malati verso la guarigione e l’integrazione attraverso una struttura fondata sull’ergoterapia e la ludoterapia, il lavoro e il gioco. Al loro fianco erano previsti non casermoni cupi e ospedali-carceri ma agili strutture di cura come avrebbero dovuto essere i centri d’igiene mentale. Il progetto, insomma, era di immettere in modo graduale e in un luogo solare, intermedio tra l’ospedale e la strada, i malati di mente curabili nella vita normale, separandoli dai malati più acuti. Aveva previsto nel dettaglio un piano di spesa e individuato il sito per il primo villaggio postmanicomiale, presso il lago di Varano. Ma aveva ormai settant’anni e i primi malanni, non trovò adeguati interlocutori e poco dopo morì. Nessuno fu in grado di raccogliere l’eredità di quel progetto. Fu così che alla degenerazione degli istituti psichiatrici si oppose la follìa di chiuderli e si dichiarò cessata per legge e ideologia la malattia mentale. Oggi ne piangiamo gli effetti e romanziamo epicamente la vita e l’opera di Basaglia, seguendo l’antica etica lottizzatrice delle fiction di Stato: dopo la fiction su un santo, Agostino, una su un laico de sinistra, Basaglia; dopo un papa de sinistra, un papa de destra, per una fiction blando-revisionista tre fiction antifasciste sui partigiani e le vittime del nazismo; se c’è un De Gasperi ci vuole un Di Vittorio… Finiscono le culture e i partiti di riferimento, ma i santini no. Per carità, lo sappiamo, così va il mondo. Ma se la verità conta qualcosa, ha giovato ai dementi più l’opera del beato Pasquale Uva che la generosa ma nociva utopia di Franco Basaglia.
CREDO IMPORTANTE A QUESTO PUNTO SEGNALARE E RICORDARE LA LUNGA STORIA DELLE POLEMICHE E DELLE CRITICHE, IN PARTICOLARE QUELLE DI UN EX BASAGLIANO COME GIOVANNI JERVIS, STUDIOSO DI VALORE SU CUI SI PUO’ A VOLTE NON CONVENIRE MA IN GRADO DI INDICARE ALCUNI PROBLEMI EMERSI E NON RISOLTI CHE INVITANO A STUDIARE TUTTA LA VICENDA. NON CREDO SI TRATTI OGGI DI DIRE SE AVESSE PIU’ RAGIONE BASAGLIA O JERVIS MA DI RICORDARE ENTRAMBI COME GRANDI PROTAGONISTI DELLA STORIA DELLA PSICHIATRIA E DEI SUOI MODELLI CULTURALI.
Una critica a Jervis : i nostri conti con Basaglia
da Psichiatria oggi del dic.08, di E.Ventarmi, A. Pirella, D. Casagrande, I . SchiLLn; A. Slavicli, N. Goldschmidt, B. Norcio.V. Pastore, R. Piccione, P Serra
Gorizia
Nell’ultimo libro di G. Jervis e e G. Corbellini e nelle interviste su alcuni quotidiani che promuovono l’uscita del libro, si esprimono giudizi severi sul movimento antistituzionale italiano e sulla riforma psichiatrica del 1978. Tali critiche da parte di Jervis non sono nuove, ma la loro ripresa appare in sintonia con l’attuale revisionismo contro il movimento del ‘68 e contro l’epoca delle riforme. D’altra parte Jervis si trova spesso in compagnia con idee conservatrici - la sua critica al relativismo scientifico, ad esempio, si allinea in buona parte a quella espressa dal prof. Pera e dal prof. Ratzinger sul relativismo culturale. Non è il caso di entrare nel merito di tali analisi, se non facendo presente come questo orientamento abbia un preciso riferimento al presente, in quanto cerca di attribuire a quel periodo, certamente contraddittorio e parziale, ma indubbiamente promotore di forti istanze di libertà e di emancipazione, la responsabilità di un influsso nefasto sulla cultura e sui comportamenti delle persone. In un clima sociale di insicurezza, l’attribuzione del disordine e del disagio a istanze di libertà e di giustizia, presenti e passate, è congeniale a un progetto repressivo della società.
Non ci sembra nemmeno il caso di contrastare le pesanti critiche personali rivolte a Franco Basaglia da Jervis. Tali critiche vogliono comprovare la povertà morale del personaggio e affermare di conseguenza il discredito del suo operato. Ognuno ha naturalmente diritto a sostenere le proprie idee e noi non pretendiamo di “santificare” il personaggio-Basaglia, né di reclamarne l’agiografia. Ma poiché Jervis, da quarant’anni ormai, si pone in modo ostile verso Hasaglia, polemizzando pubblicamente con le sue scelte, è difficilmente credibile ogni suo tentativo di collocarsi in una sorta di distaccala neutralità, specie se narra episodi privi di oggcllivi riscontri. Jervis usa la tecnica consumata del gossip: dichiara preliminarmente rispetto per la controparte in modo che le successive velenose critiche, formulate quasi controvoglia, siano avvalorate proprio dalla buona disposizione dell’autore. In ogni caso ogni giudizio sulla vita privata di una persona costituisce sempre una grave caduta di tono e diventa inqualificabile se l’interessato è scomparso e non può più controbattere. A un certo punto sorge anche il legittimo dubbio che le interviste sui giornali o alla radio, i dibattiti su Basaglia, come quello tenuto a Lodi da Jervis sul tema dell”Invidia”, vogliano dar lustro all’autore contrapponendolo a un personaggio celebre e facciano parte di una tecnica pubblicitaria. Dare vita alle polemiche rischia pertanto di fare il gioco di questa strategia… E tuttavia non possiamo non intervenire contestando come falsa l’etichetta di “antipsichiatra”, che Jervis attribuisce a Basaglia. Probabilmente Basaglia non avrebbe speso nemmeno una parola per difendere la sua identità, considerandolo un ozioso dibattito. Ma la questione, per noi, merita una riflessione, perché non è forse del tutto accademica e si inscrive nel tentativo più complesso di liquidare la riforma psichiatrica, attribuendo ogni sua difficoltà non al modo con cui è stata ed è governata, quanto piuttosto a una sorta di peccato originale - l’antipsichiatria - che finalmente potrà essere corretta ed eliminata. Naturalmente per noi essere definiti antipsichiatri non costituisce un’offesa!
I’antipsichiatria nel panorama degli anni ‘60 ha costituito un pensiero positivo, ricco di aspirazioni emancipatrici, ed è servito per squarciare il mondo oppressivo della psichiatria Iradi/ionale. Ma le differenze tra il pensiero anlipsichialrico e il pensiero-azione antistituzionale di Basaglia, la diflerenza fra la deospedalizzazione e la deistituzionalizzazione sono state evidenti fin dall’inizio. Il rifiuto di Basaglia di essere considerato un antipsichiatra è sempre stato categorico e inequivocabile. Gorizia era nata nel ‘61, molto prima del successo dell’antipsichiatria, e i punti di riferimento scientifico-culturali dei due pensieri erano profondamente diversi e soprattutto diversi sarebbero stati i loro sviluppi. Jervis non nega tutto ciò, riconosce il valore di Gorizia (naturalmente nel periodo in cui lui era presente) e afferma che l’involuzione antipsichiatrica di Basaglia avviene successivamente, negli anni ‘70, quando Basaglia si appiattisce sul pensiero di un cattivo maestro - Michel Foucault - e quando considera la malattia mentale solo come una devianza sociale. Per Jervis , Basaglia è sostanzialmente autoritario, dominato dal massimalismo e dalla ideologia, anche se si mostra paradossalmente plagiabile dai suoi collaboratori e asservito alle logiche del partito comunista. Basaglia in quegli anni insegue giochi di potere, è sempre più avulso dalla pratica, specie quella dei servizi territoriali, dove si va affermando invece un sano ritorno alla cllnica tradizionale. L’emblema del fallimento di Basaglia è per Jervis la creazione e la storia di Psichiatria Democratica. ..
Leggendo questa ricostruzione degli avvenimenti si è presi da un senso di sbigottito stupore e viene da chiedersi quale film abbia mai visto Jervis. Poiché il suo film non è certamente quello visto da chi faticosamente lavorava in quegli anni all’interno della psichiatria pubblica.E in efetti Jervis non era più presente, poiché aveva scello di tiirarsi fuori dal sistema sanitario pubblico. Nella sua analisi da l’impressione, a voler essere generosi, di essere rimasto fermo all’inizio degli anni ‘70, quando fa un bilancio negativo sulla possibilità di realizzare a Reggio Emilia una psichiatria alternativa, svuotando il manicomio dall’esterno. In quell’occasione entra in una crisi politica, personale e professionale - come lui stesso dichiara - che lo porterà a scegliere la carriera universitaria. È disorientato dal velleitarismo dei giovani, dalla rigidità delle istituzioni politiche e dei loro apparati e considera l’irrazionalità e l’ideologia dominante profondamente deleterie per il bisogno di cura del malato mentale.
Senza dubbio in quegli anni esisteva un certo rischio di cadere nel velleitarismo, nell’ingenuità, nel sociologismo assistenziale. Ma questo rischio si riduceva significativamente quando l’agire si misurava nella deistituzionalizzazione, a cui Basaglia dava concretezza a Trieste e altri in differenti contesti. In questi casi il lavoro quotidiano rendeva evidente come, smontando l’apparato istituzionale che gestiva l’artefatto-malattia, emergesse la soggettività del paziente, la sua sofferenza individuale e quella derivante dal suo contesto sociale. Questa “scoperta” richiedeva l’aderenza ai bisogni del paziente, imponeva di rispondere alla sua sofferenza, senza mistificazione. Basaglia non ha voluto trasformare, delineando solo i fini e minimizzando i mezzi: per lui era il “come”, l’”oggi”, il “per chi”, era la concretezza della pratica, che dava senso alle parole. L’impeto dell’utopia, la tensione critica si sono sempre misurate in lui responsabilmente con un soggetto, che - come era solito dire - non era un’astrazione (la malattia) quanto piuttosto una persona (il malato). Contrariamente a quanto asserisce Jervis, Basaglia ha applicato il metodo della sospensione del giudizio - l’epoche di Edmund Husserl - secondo cui il cambiamento diventa possibile solo nella interruzione del tempo, nella possibilità che il pensiero pensi con la forza del negativo e dell’impossibile. Basaglia, per liberare la voce della follia, ha imposto il silenzio alla scienza. La malattia mentale è stata messa tra parentesi per consentire, a chi era ritenuto incapace, di poter esprimere i propri bisogni e la propria soggettività. Basaglia non ha voluto giocare con le parole: ha cercato di dar voce al “contenuto trasformato”, secondo il pensiero di Karl Marx. Ha evitato di parlare al posto dei pazienti, di ergersi a paladino dei loro bisogni, interpretandoli, dando loro nuovi contenuti. Mantenendo la disponibilità all’ascolto ha consentito l’emergere di un nuovo modo di relazionarsi e ha permesso di capire ciò che prima era impedito. Erano i pazienti che dovevano esprimersi: loro dovevano diventare i veri protagonisti della cura! La dimostrazione della ragionevolezza di quel pensiero è oggi sotto i nostri occhi: è la straordinaria vitalità dei movimenti degli utenti, dei familiari, l’auto-mutuo-aiuto, il recovery. Si obietterà che alcuni di questi movimenti si sono sviluppati nella cultura anglosassone degli anni ‘80. È vero, ma bisogna considerare che un certo ritardo nel riconoscimento delle esperienze italiane dipende anche dalla egemonia internazionale della letteratura scientifica inglese. E comunque questo nuovo modo di intendere la cura e la malattia - anglosassone o italiano che sia - affonda le sue radici nei movimenti dei diritti civili degli anni ‘60 e ‘70 e ha certamente trovato un riferimento significativo nelle esperienze italiane di deistituzionalizzazione. L’aver intaccato radicalmente l’idea della cronicità e della irrecuperabilità del paziente psichiatrico ha costituito il terreno su cui si è potuta sviluppare l’idea del recovery. La presenza di questo orientamento rappresenta la testimonianza tangibile che è stato giusto mantenere aperte le contraddizioni e non imporre una teoria di ricambio. Ed era questa la prospettiva in cui si sono mosse, in quegli anni ‘70, Trieste e le numerose esperienze che Jervis dimentica di citare - Arezzo, Città di Castello, Ferrara, Genova, Napoli, Parma, Perugia, Porde-none, Torino e certamente anche Reggio Emilia. Dalla loro esperienza e dal ricco apporto delle altre successive esperienze si è venuto definendo il nuovo paradigma della malattia mentale e Distruggendo l’istituzione e sospendendo il discorso scientifico sulla malattia mentale, i nodi del potere e del sapere, in verità, non sono stati sciolti per sempre: sono solo stati allentati. “La distruzione dell’OP, in sé stessa,- diceva infatti Basaglia - non significa nulla. E tuttavia la condizione che può far emergere, finalmente, la questione psichiatrica”. La psichiatria tradizionale si è ritrovata spiazzata: una falla si è aperta nella intersezione tra potere e sapere, tra le pratiche e le teorie. Le conoscenze, i saperi tradizionali però non sono stati rifiutati o gettati via. Nel nuovo contesto liberato i saperi hanno assunto una pregnanza diversa, anch’essi sono stati “liberati”, sono diventati patrimonio di nuovi protagonisti. Le conoscenze tradizionali si sono arricchite, quando si sono confrontate con quelle che scaturivano dalle esperienze di deistituzionalizzazione. Caratteristiche fondanti di tali esperienze sono state, sia la messa in crisi di due fondamentali paradigmi clinici - quello fondato sugli antagonismi e quello basato sul principio problema/soluzione - . che il passaggio dal percepirsi del paziente al suo realizzarsi. Non è stato negato infatti il valore dell’inconscio, né della presa di coscienza del soggetto; è stato valorizzato l’esercizio del potere personale (bene primario della persona), il riconoscimento della contrattualità sociale, la pratica dei diritti di cittadinanza, la costruzione e l’invenzione di fattive possibilità di fruire e di produrre. Prendersi cura del paziente ha significato la progressiva modifica dello statuto sociale dell’utente - da malato a cittadino portatore di sofferenza - e ha prospettato un modo altro di fare terapia. Ha proposto una metodologia innovativa basata sull’invenzione di strategie indirette, sulla messa in opera progressiva della rinuncia a ogni soluzione ottimale, sulla convivenza con contraddizioni logiche e pratiche, sulla capacità di mettere a frutto la propria competenza del residuo, producendo un’esperienza cognitiva sulla produttività della incertezza, delle contraddizioni, del non equilibrio. In sostanza considerare tutto ciò antipsichiatria e definire Basaglia un antipsichiatra costituisce una forzatura ingenua e faziosa. Il pensiero di Basaglia deve essere ricondotto piuttosto all’interno di una più vasta analisi epistemologia, che interessa le scienze umane, ed è parte di una più generale rivoluzione simbolica del pensiero.
Dal successo delle esperienze di rovesciamento istituzionale, dal successo della esperienza di Trieste, che ha chiuso il manicomio e ha costruito una rete di servizi sul territorio, è nato quell’ampio consenso di cittadini e di tecnici che ha reso possibile la promulgazione della legge di riforma. È logico che le leggi vengano presentate al parlamento dai politici - in questo caso da Bruno Orsini - e che siano frutto di mediazioni ed è anche risaputo che Basaglia avrebbe preferito altre formulazioni. Ma Basaglia ha fatto propria quella legge e perciò la 180 giustamente è riferibile a lui: esprime il suo realismo, la sua capacità di dare concretezza e solidità ai processi, secondo una strategia di ricerca dell’egemonia nella democrazia. “Non dobbiamo vincere -diceva Basaglia - dobbiamo solo convincere!”
Jervis sorvola sugli autorevoli riconoscimenti nazionali e internazionali nei confronti della legge e del movimento anti-stituzionale, omette di menzionare che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha scelto le esperienze basagliane come suoi centri accreditati, omette di ricordare che la maggior parte dei paesi - e anche quelli di lingua anglosassone - si sono mossi, a partire dagli anni’ 80, nel solco tracciato dall’esperienza italiana. Non cita la ricca letteratura a favore delle esperienze e imputa a Basaglia il rifiuto, per partito preso, di promuovere la formazione degli operatori psichiatrici e di conseguenza gli imputa le difficoltà in cui si trovano oggi gli operatori. Queste critiche ricordano la storia di colui che scambia il proprio dito indice con la luna a cui il dito è invece rivolto. In realtà è proprio il mondo deputato alla formazione - l’Università - che è rimasto chiuso ai cambiamenti. Sono proprio i gestori del potere universitario, anche se con debite eccezioni, che si sono dimostrati incapaci di cogliere la rilevanza dei processi occorsi, che sono rimasti subalterni alla psichiatria americana e che hanno permesso una certa deriva professionale degli operatori psichiatrici. Basaglia avrà avuto certamente dei limiti, avrà commesso degli errori, come ciascun essere umano, ma ha avuto ragione in molte occasioni. L’ha avuta quando ha ritenuto che l’unica strategia possibile per il cambiamento fosse decostruire prima di tutto il manicomio, arrivando alla sua effettiva chiusura, senza fughe in avanti; ha avuto ragione quando con il successo della deistituzionalizzazione avrebbe potuto proporre nuove teorie e invece ha rilanciato l’esigenza di oltrepassare la proposta politica, andando alla socializzazione della questione psichiatrica; ha avuto ragione non anteponendo la sua voce a quella dei pazienti, consentendo la presa della parola da parte di chi ne era sempre stato privato; ha avuto ragione quando nel pieno del successo ha rifiutato di andare all’Università, preferendo con coerenza di rimanere nella trincea del sistema sanitario per affrontare le contraddizioni della pratica. Ma Basaglia ha soprattutto dimostrato che la trasformazione è possibile, quando il pensiero pensa con la forza del negativo e dell’impossibile e si accompagna al coraggio della determinazione e della coerenza. Altri soggetti di fronte alle difficoltà, alle contraddizioni della pratica si sono arresi al pessimismo della ragione; lui invece è andato avanti sorretto dall’ottimismo della volontà.
Nell” intervista a Jervis su Repubblica del 4 settembre si parla de “I miei conti con Basaglia”. Non sappiamo se Jervis abbia finalmente saldato i suoi conti con Basaglia (per la sua salute e per la nostra glielo auguriamo!) Ma noi no! Noi non abbiamo saldato i nostri conti con Basaglia. Franco ci manca e noi continuiamo a pensare a lui, alla sua lucidità, al suo coraggio. E proprio in questo momento difficile noi vogliamo continuare a fare i conti proprio con il suo richiamo ali’ottimismo della volontà, con il suo richiamo all’etica della responsabilità personale, al dover essere per sé, per meglio essere e per fare per gli altri.