Stefano Bartezzaghi, Analfabeti di ritorno

da LA REPUBBLICA
Analfabeti di ritorno. Se il 70% degli italiani fatica a comprendere un testo

di Stefano Batterzaghi

Il dubbio che, presi nel complesso, siamo tutti delle bestie a noi italiani viene spesso. Lo lenisce (appena) la speranza che già porselo, il dubbio, costituisca una prima e rudimentale forma di redenzione. Si parla di bestie in senso culturale: poco più di nessuno che legga; un¿opinione pubblica formata in parte preponderante da una tv che non brilla certo per stimoli intellettivi; livelli di civiltà più che carenti per strada e nei luoghi pubblici; una lingua nazionale maltrattata e pronta ad adottare amorevolmente ogni anglicismo e ogni altro tormentone, modo di dire e luogo comune che sembri suonar bene; una classe dirigente di quarta scelta; scuola, università e ricerca mortificate negli investimenti e nel prestigio.

Già solo mettersi a ragionare sulla situazione culturale (quindi sociale) italiana, cioè a parlarne con razionalità e sulla base di dati, implica una dose non comune di ottimismo della volontà. Bisogna dunque essere preliminarmente grati nei confronti di un intellettuale di lungo corso come Tullio De Mauro: se non altro per l¿ammirevole spirito con cui, anziché rinchiudersi in uno scafandro di cupe nostalgie e corrucci, insiste con l¿analisi dei fatti. Avrebbe l¿età e il curriculum universitario, scientifico, editoriale e istituzionale per lasciarci cuocere nel nostro brodo. Non lo fa. Grazie. Uno dei modi di non farlo consiste nell¿aggiornare con considerazioni sugli eventi (peggiorativi) degli ultimi cinque anni quello stato della cultura nazionale che aveva disegnato nel 2004, rispondendo alle domande di Francesco Erbani (La cultura degli italiani, Laterza, nuova edizione ampliata, pagg. 276, euro 12).

Una chiacchierata con De Mauro sulla cultura italiana può partire da statistiche di chiarezza disarmante sui nostri livelli di alfabetizzazione e sulle nostre frequentazioni culturali (con informate divagazioni sugli istituti di ricerca e sui protocolli di analisi); percorrere la storia della scolarità (altre statistiche, assetti legislativi, rapporti con la cultura e la politica contemporanea) nell¿Italia unita, con cenni sulla situazione pre-unitaria; tracciare un¿amabile autobiografia personale intellettuale, ovviamente intrecciata con una veloce storia della linguistica italiana e internazionale, di cui De Mauro è stato non solo testimone ma anche protagonista; delineare il saliscendi della politica scolastica italiana, da Giolitti a Gelmini (non dimenticando il ministro De Mauro, governo Amato, 2000-2001), con prefigurazioni realistiche sugli ultimissimi ridimensionamenti arrivati sui quotidiani alla fine della scorsa settimana. Il tutto in una conversazione informata e impegnata, ma soprattutto vivace, in cui non mancano battute anche dialettali e aneddoti (i retroscena sul successo postumo di Ferdinand de Saussure, parrà strano, possono essere divertenti).

Accostando al grande Dizionario di Salvatore Battaglia il Come farsi una cultura mostruosa di Paolo Villaggio, De Mauro allarga il concetto di cultura, normalmente limitato alla dimensione umanistica e letteraria o al massimo esteso all¿abbinamento tra questa e la cultura scientifica. La sua è la cultura degli etologi (e forse allora siamo davvero delle bestie) e degli antropologi: un¿analisi seria non terrà in conto solo le carenze nell¿aggiornamento scientifico ma anche la perdita dei saperi e delle tecniche tradizionali. E fra le “eccellenze” italiane ci sarà anche il dato per cui un ricercatore italiano, a parità di preparazione, risulterà molto più bravo di un suo collega francese o tedesco o americano perché, a differenza di quest¿ultimo, non avrà avuto biblioteche comode e fornite e istituti confortevoli. Come dire che nella visione di De Mauro la cultura italiana va integrata con la proverbiale arte di arrangiarsi, vista però non con l¿occhio compiaciuto e indulgente della commedia all¿italiana.

De Mauro vuole e propugna biblioteche (ottime) in ogni università e (almeno buone) in ogni comune italiano; vuole e propugna misure adatte all¿arte di fare a meno dell¿arte di arrangiarsi.

Il suo chiodo fisso è quell¿Italia al trenta per cento che compare in tutte le statistiche: solo un trenta per cento degli italiani legge un quotidiano e almeno un libro in un anno; solo un trenta per cento ha dimestichezza sufficiente con la lingua e l¿aritmetica di base; solo un trenta per cento ha qualche confidenza con Internet; solo un trenta per cento capisce almeno sommariamente le comunicazioni della sua banca.

Perché la politica (centrodestra ma anche centrosinistra, con cui De Mauro non è tanto tenero) non appare - non si dice orripilata, come pure dovrebbe - ma neppure un gran che allarmata da questi dati di fatto? De Mauro, cortese, non ha risposte, al proposito. Ma forse in cuor suo pensa che, nel complesso, siano bestie anche e soprattutto quelli là.

(08 feb 2010)

Claudio Magris, Utopia e disincanto

da

06/02/10
Utopia e disincanto di Claudio Magris

“…il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?”.

Leopardi in questo passo de “Il Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passegere” non ha dubbi: è vano aspettare che l’anno che verrà sia migliore di quelli passati. Eppure non si può impedire ad ogni uomo con l’avvento di un nuovo anno di sperare nella possibilità che si possa andare verso il meglio.
Claudio Magris ci fa notare come il poeta sia sì “inesorabile nella diagnosi del male di vivere,” ma è tuttavia lontanissimo “dal facile pessimismo apocalittico di tanti retori odierni… ” Il dialogo leopardiano è invece pervaso da un timido amore per la vita:

“Passeggere: E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore: Cotesto si sa”.

A capodanno di fatto ci facciamo tutti gli auguri per l’anno che verrà, salvo poi precipitare il giorno dopo in un pessimismo senza via di scampo, sentendoci come avviluppati in una tela di ragno da cui non ci si riesce a liberare. Paradossalmente è il futuro, in questo nostro tempo, a diventare minaccioso.
Magris ci avverte che “se credere fiduciosamente nel progresso, come i positivisti dell’Ottocento, è divenuto ridicolo (…) le nebbie del futuro che incombe richiedono uno sguardo reso, nella sua inevitabile miopia, un po’ meno miope dall’umiltà e dall’ironia”.
La caduta del comunismo ha trascinato nel baratro insieme alla sua fallace ideologia qualsiasi idea di riscatto sociale e civile. Eppure da questo fallimento avremmo dovuto imparare che forse ci vuole “più pazienza e tenacia nel perseguirli e dunque più probabilità di realizzarli, in quella misura relativa, imperfetta, perfettibile che è la misura umana. (…) Il destino di ogni uomo, e della Storia stessa assomiglia a quello di Mosè, che non raggiunse la Terra Promessa, ma non smise di camminare nella sua direzione”.
Insomma utopia e disincanto, ci dice Magris, anziché contrapporsi devono sorreggersi a vicenda. La fine di Utopie totalitarie è liberatoria solo se si accompagna alla consapevolezza che la redenzione promessa e fallita da quelle utopie, deve essere cercata con più pazienza e modestia, sapendo di non possedere alcuna ricetta definitiva”.

Un poeta autriaco, Ferdinand Raimund, racconta, nella sua commedia La corona che reca sventura, di una fata benevola che dona al protagonista, Ewald, una fiaccola prodigiosa, che ha il potere di trasfigurare la realtà: chi guarda il mondo alla sua luce vede dovunque splendore e poesia, anche là dove ci sono miseria e squallore. La fata Lucina, consegnando il regalo a Ewald, gli svela il trucco, lo avverte che la torcia gli mostrerà cose bellissime ma illusorie. La consapevolezza non distrugge tuttavia la seduzione delle cose illuminate da quella luce e la vita di Ewald, grazie a quel dono, diviene più ricca. Quella fiaccola non è falsa. Chi la usa senza sapere che essa abbellisce il mondo viene ingannato, perche’ non vede il dolore e l’abiezione e s’illude che l’esistenza sia armoniosa. Ma chi la rifiuta è altrettanto cieco ed ottuso, perchè quel dono, che rischiara il grigiore del presente, fa capire che la realtà non e’ soltanto piattezza e miseria. Dietro le cose così come sono c’ è anche una promessa, l’esigenza di come dovrebbero essere; c’è la potenzialità di un’altra realtà, che preme per venire alla luce, come la farfalla nel bozzolo”.
Da Claudio Magris, Utopia e disincanto

PUBBLICATO DA GIULIA

Adriano Sofri, Il film su Basaglia per Rai Uno

PICCOLA POSTA
9 febbraio 2010

l film su Franco Basaglia per Rai Uno – scrivo avendone vista la prima parte – è molto bello, e Basaglia era una gran bella persona. Era di parecchi anni avanti sul proverbiale Sessantotto, e gente come me che si voleva rivoluzionaria e che nel ‘68 era già adulta si lasciò sorprendere dalla scoperta che nelle case chiuse della pazzia e della prigionia, davanti alle quali si era passati tante volte voltandosi dall’altra parte, come coi bordelli, c’erano dei sepolti vivi capaci di colpo di sentire pensare e lottare. Quella meravigliosa scoperta avvenne una volta per tutte, e oggi chi si compiace dell’auge rinnovata delle esclusioni e delle reclusioni non può invocare per sè nessuna ingenuità ignoranza e buona fede. Nemmeno si dovrebbe maramaldeggiare contro i proclami di allora per cui la malattia non esisterebbe, e nemmeno la morte: non si pensava così, benché si facesse come se la malattia e la morte non esistessero, finché non se ne fu schiacciati. Chi cerchi una critica non pregiudiziale e reazionaria alla prodigalità di Basaglia e dei suoi può trovarla negli scritti ultimi di Giovanni Jervis, per esempio “La razionalità negata. Psichiatria e antipsichiatria”, scritto con Gilberto Corbellini (Bollati Boringhieri 2008). Ma la figura e l’opera di Basaglia non possono misurarsi alla sola stregua di una sistemazione teorica. Contano le cose che ha fatto e le persone con cui le ha fatte. Sia detto senza pretese, ma non è così anche per Gesù Cristo? Ci sono momenti eccezionali – magici, dice qualcuno, o miracolosi – che non vanno rinnegati solo perché i miracoli non si ripetono, e magari si volgono in qualche disastro. Il film è bello, non cede troppo al romanzesco, e del resto la storia è già romanzesca abbastanza, impressiona chi lo guarda e, lungi dal fargli immaginare che le cose orrende che vede appartengano a un passato che non torna, lo inducono a pensare a quello che dura e si riattizza, alla branda di Stefano Cucchi, ai manicomi criminali, dal nome appena ingentilito, dalla chiusura sempre annunciata e mai attuata, e anche alle sofferenze facilmente addebitate alla 180, e non alla “mancata applicazione” che deforma gli esiti di tante leggi italiane – 194 compresa, e fino al caso ultimo dell’indulto. Io non conobbi bene Basaglia, lo vidi e lo ascoltai come tanti della nostra generazione, forse Fabrizio Gifuni, che è molto bravo e ha una così bella faccia, lo rende più flemmatico di come fosse, e sacrifica qualcosa alla riproduzione dell’accento veneziano. I “pazzi” sono dei magnifici pazzi, e Trieste è fatta apposta, col suo dialetto in cui “matto” vuol dire semplicemente una persona. Quanto all’ottimo sloveno Boris, colpisce la sua somiglianza con Basaglia, e commuove il suo doppio tuffo nelle acque verdi (dell’Isonzo? Ma lo ricordo blu. Del Timavo?), testimonianza di una guerra da pazzi che da quelle parti non è mai finita.

© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
di Adriano Sofri

Walter Marossi, Alla ricerca del socialista perduto

da ARCIPELAGOMILANO

ALLA RICERCA DEL SOCIALISTA PERDUTO
8-2-2010 by Walter Marossi
Uno spettro si aggira per la campagna elettorale. Da molti anni le liste sono alla ricerca dell’elettore già socialista. Elettore che è un po’ come il mitico Pizzaballa (inteso come figurina), la straordinaria trattoria dei camionisti, la spiaggia deserta anche a Ferragosto, il mercatino delle pulci dove si fanno affari straordinari, insomma quella cosa che si sa o si crede che esista ma nessuno trova mai. Cerchiamolo anche noi, senza troppa rigorosità scientifica.
Premessa: l’ultima elezione regionale lombarda cui partecipò il PSI è quella del 6 maggio 1990, la lista ottenne 893000 voti (14,29%) su 6620000 votanti (91% aventi diritto). Da allora sono passata giusto vent’anni; in Lombardia il tasso di mortalità della popolazione è del 9×1000. Supponendo che la mortalità socialista sia nella media, una parte degli elettori (160000) l’abbiamo subito trovata: al cimitero. L’astensione in questi anni è cresciuta. Alle elezioni del 2005 hanno votato 5573000 elettori, cioè all’incirca un milione in meno di vent’anni fa, pur essendo gli aventi diritto aumentati di 400000 unità circa. Se i “socialisti” si sono comportati come la media dei lombardi, abbiamo trovato altri 150000 elettori: Non votano più. Pensavo potessero essere molti di più gli “astenuti socialisti” considerando che il grado di delusione dovesse essere maggiore della media, ma ho guardato i dati della Lega che nel 1990 aveva 1183493 voti pari al 18,94% e nel 2005 693464 voti pari al 15,82, e qualche dubbio m’è venuto, quindi tengo i socialisti in media.
Ci mancano ancora un 600000 ex elettori. Una parte continua a votare socialista. Circa 100000 di cui un 70/80000 votano il simbolo autonomo che sta in genere nel centro sinistra, 30000 il simbolo che sta nel centro destra. Elettori “aficionados” passati indenni per cambio di simboli, alleanze e apparentamenti vari. Presumibilmente della proposta politica gli importa relativamente poco essere “fedeli nei secoli”.Una parte degli elettori ha votato poi le varie liste radicali (Bonino, Pannella, Rosa nel pugno) anche se gli elettori socialisti diversamente dai dirigenti non hanno mai manifestato grande entusiasmo per l’alleanza con i radicali; basti pensare che insieme presero 90000 voti, 1,82% nelle regionali del 1995 per arrivare ai 150000 della rosa nel pugno del 2006. Ci mancano quindi ancora mezzo milione di socialisti. Aiutiamoci con le percentuali: nel 1990 il PCI aveva 18,76%, i vari verdi il 5,2%, l’estrema sinistra il 2%, per un totale del 26%. La dc aveva il 28,56% il psi/psdi il 16%. Nel 2005 la coalizione Sarfatti aveva (escluso i pensionati, che avevano più o meno la stessa dimensione anche 20 anni fa) il 39,45%.
Considerando che in questa coalizione è confluita la più parte della sinistra democristiana e settori non secondari di elettorato cattolico, specularmente e spannometricamente scopriamo dove sono andati i vecchi elettori socialisti: per 2/3 almeno nel centro destra. Direte: non è che ci voleva uno scienziato per scoprirlo visto che ci sono quasi più ministri psi nel governo Berlusconi (Tremonti, Sacconi, Fazio, Brunetta, Frattini) che in quello Craxi (Forte, Signorile, Capria, Demichelis, Lagorio). Ma la scoperta non è questa, è che forse un terzo degli elettori psi votano già centrosinistra. E’ pensabile che questo equilibrio 2/3 cd 1/3 cs possa cambiare, o che possa crescere la quota di elettori ex psi che tornano al loro simbolo? Mi pare francamente improbabile.
In questi 20 anni sono state numerose le liste che hanno cercato una ragion d’essere nel richiamo al vecchio simbolo con risultati modesti e in progressivo calo; e non vedo francamente cosa possa modificare questa tendenza. Quanto all’equilibrio tra cd e cs è più probabile che cambi a favore del cd. Nella costruzione del pdl la nomenclatura socialista ha un ruolo maggiore di quella che hanno o hanno avuto i loro compagni nella parallela costruzione del pd. In generale un ex socialista nel pd è tollerato nel pdl è alla pari con gli altri. Non che la vecchia nomenclatura socialista abbia orientato il passaggio degli elettori nel centro destra, gran parte dell’elettorato socialista dell’epoca Craxi era elettorato d’opinione e il fenomeno è stato spontaneo, ma lo ha consolidato e reso permanente. Il decennale di Craxi è stato credo il sigillo di questo consolidamento. Il pdl ha fatto una magistrale opera di marketing politici: scientemente cercato di identificare Craxi con Berlusconi, il riformismo socialista con il nuovismo berlusconiano, la grande riforma con le riforme bossiane etc. Mentre i supporter della giunta Moratti-De Corato-Salvini che agitavano il cappio in parlamento hanno deciso in vista delle elezioni di santificare Bettino con una stradina o un giardino. Il pd è stato piuttosto silenzioso e quando ha parlato ha detto tutto e il suo contrario.
In conclusione credo che in Lombardia questa ricerca dell’elettore socialista sia da tempo finita a tutto vantaggio del centrodestra. Per Penati l’unico potenziale obbiettivo sono gli astenuti ma certo non sono sufficienti a colmare il gap con Formigoni. Invece per le comunali a Milano, dove il psi aveva nel 1990 circa il 20% e dove le distanze tra centro destra d e centro sinistra si misurano in poche migliaia di voti questa caccia ha ancora senso. Ma questa è un’altra storia.
Walter Marossi

Tommy Cappellini, Maurice Godelier fra antropologia e crisi del marxismo

da IL GIORNALE

Maurice Godelier: “Ma quali intellettuali… Erano marxisti infantili, ora sono carla-brunisti”
di Tommy Cappellini

Nato nel 1934, di Maurice Godelier - arrivato in Italia per presentare il suo Al fondamento delle società umane. Ciò che ci insegna l’antropologia (Jaca Book, pagg. 224, euro 28) e per incontrare il pubblico questa mattina all’università milanese della Bicocca - si può dire che «c’era» durante l’ultima grande stagione della cultura francese: lo strutturalismo.

In quegli anni, tra Parigi e la costa bretone, in geometriche e un po’ orgiastiche ville di campagna à la Robbe-Grillet, si radunavano a cena intellettuali come Merleau-Ponty, Bataille, Caillois, Blanchot. Poi tornavano tutti nei caffè e nelle caves ad ascoltare Brassens e Léo Ferré, oppure Lacan e Sartre - «i contemporanei alternati» come li definì Michel Foucault - dissentire forse per finta l’uno dall’altro.
Fu in questo clima che, nel 1955, Claude Lévi Strauss pubblicò Tristi tropici, oggi nella collezione della Pléiade più per meriti letterari che scientifici. Fin dal celebre incipit («Odio i viaggi e gli esploratori, ed ecco che mi accingo a raccontare le mie spedizioni») questo saggio lanciò la moda accademica dell’antropologia, una disciplina che si guadagnò poi un enorme successo proponendosi come «la scienza umana» par excellence, quella che pareva poter inglobare, se non proprio spiegare, tutto o quasi.

Maurice Godelier di Lévi Strauss fu assistente, come di Fernand Braudel, e visse appieno quell’epoca cerebrale e prepotente, lucida e irresponsabile. Almeno fino a quando l’antropologia, all’inizio degli anni Novanta, non diede segni di inattesa fragilità.
«Parlerei piuttosto - ci dice Godelier - di una profonda quanto necessaria crisi: vi ho dedicato il capitolo iniziale del mio libro (a cui Jaca Book farà seguire, a maggio, Comunità, cultura, società, ndr). Per decenni l’antropologia ha fecondato molte discipline: storici come Jacques Le Goff o Georges Duby, per esempio, hanno preso così tanto da essa che possiamo parlare di un’antropologia storica».

Poi che accadde?
«Due cose. La lenta ma definitiva uscita di scena degli imperi coloniali - che si protrasse fino alla guerra di Algeria e del Vietnam - compromise quegli spazi innanzitutto geografici di cui l’antropologia ha bisogno. A ciò possiamo aggiungere la caduta del muro di Berlino, che in qualche modo, com’è stato detto, ha segnato la fine della storia, o meglio della prospettiva storica racchiusa nell’orizzonte comunista, dando il via al postmoderno».

La seconda causa?
«La vulgata marxista, soprattutto quella spacciata da Althusser. Il germe dell’attuale crisi dell’antropologia è racchiuso proprio lì. Negli anni Cinquanta c’erano due ambiti teorici forti: strutturalismo e marxismo. All’interno del primo tutto era “sistema”, tutto era “struttura”, mitologia, parentela. Il soggetto scompariva. Ma se per necessità teorica tu elimini l’attore concreto delle vicende umane, non ti rimane granché. Tutto diventa deduttivo, dogmatico. La situazione peggiorò con l’arrivo del marxismo per neonati di Althusser, che contaminò tantissimi intellettuali di quegli anni, che all’epoca, con l’eccezione di Raymond Aron, erano tutti di sinistra: nacque così una storia e una filosofia marxista con Étienne Balibar, una matematica marxista con Alain Badiou, per non parlare della letteratura. Fu una catastrofe culturale, Althusser. Un po’ come certi intellettuali parigini di oggi, pure suoi eredi: tutti sarkozysti. Meglio, carla-brunisti».

E così si decompose «l’umanista itinerante», come Lévi Strauss definiva l’antropologo.
«Sì, ma occorre dire che già Lévi Strauss era un uomo pessimista e ci mise del suo in questo processo. Se era un umanista, era un umanista senza cuore, mosso dalla nostalgia intellettuale per alcune società che stavano scomparendo. Da razionalista - diceva sempre che avrebbe voluto vivere nella Francia del Settecento, nell’Illuminismo - riuscì a togliere emozione, passione e soggettività dall’antropologia, pur lanciandone la moda».

Per quali vie l’antropologia si riprenderà da questa crisi?
«Oggi abbiamo la fortuna di poter studiare le strutture sociali dopo aver analizzato l’individuo. Questo dovrebbe permetterci di smantellare il feticismo della struttura e anche il narcisismo del soggetto. La crisi del capitalismo ha portato alla luce alcune strutture che andrebbero indagate senza feticismo. Di contro, la storia è abbandonata: prendiamo sciiti e sunniti. Si dicono tali, fedeli a questa o a quella corrente religiosa di cui però non conoscono la storia. Vivono la religione come una verità esistenziale, e non come una religione. Il vero problema con l’Islam sarà questo. Ma d’altra parte anche i cristiani praticano una religione che tutto sommato non conoscono».

E così arriviamo al declino dell’Occidente, anche per scarsa natalità. «Ci vogliono sempre più di un uomo e una donna per fare un bambino», lei ha scritto.
«Ci vuole, cioè, un terzo agente: gli antenati o la divinità. Nessuna singola famiglia ha mai fondato la società. Questo è importantissimo. Ci vuole anche dell’altro oltre a un uomo e a una donna: gli antenati o Dio erano le vere fonti della società».

Oggi in Europa mancano entrambe queste cose.
«Direi che le credenze religiose continuano a vivere sotto le mentite spoglie delle teorie scientifiche. Il vero problema, invece, è l’individualismo, che è il tratto olistico e il vero disastro della nostra società. Quest’ultima fa in modo che l’individuo si serva della società per esistere. Ma in altri contesti più vitali era l’individuo che serviva la società. “Dio è unico” e “Io sono unico” sono pensieri molto occidentali, ma non certo dell’Asia, per esempio. Ecco un altro problema con cui finiremo presto per scontrarci».

Roberto Beretta, Maschere: nascondere o farsi vedere?

Febbraio 2010 da L’AVVENIRE

Maschere, nascondere o farsi vedere?

«Ti conosco, mascherina!»… Ma chi davvero può dire di conoscere una maschera? E non solo perché – ovviamente – si tratta di un oggetto che per natura nasconde, cela l’identità, protegge; ma anche per il fatto che uno strumento tanto ricco di storia e di significati risulta alla fine estremamente ambiguo. Ne fossimo consci, forse non caleremmo alla leggera quella visiera di cartone colorato sugli occhi dei nostri figli a carnevale: mica è roba da scherzarci, la maschera… Un «volto artificiale» che non si sa bene se serva di più a far ridere o a spaventare, a camuffare oppure a richiamare l’attenzione.

Fu così dalla notte dei tempi, d’altronde: pare che la più antica maschera conosciuta sia infatti una in selce attribuita all’uomo di Neanderthal, 32.000 anni or sono. Poi ci sono le grotte di Lascaux (Paleolitico, 15-16 mila anni fa), dove i cacciatori sono dipinti travestiti da animali: forse semplicemente per mimetizzarsi e catturarli meglio, forse invece per appropriarsi di forze magiche o poteri più «bestiali». Si passa quindi a un teschio-maschera del 7000 a. C. (e qui già si fa largo nell’interpretazione il rapporto tra morte e vita), dopodiché è un attimo scivolare sino alle stupende e preziose maschere funerarie dei sarcofagi egizi: indubbiamente destinate a offrire un volto presentabile del defunto nell’aldilà, piuttosto che ad impressionare i posteri rimasti di qua.

La maschera sembra comunque uno strumento di passaggio, un ponte sul quale attraversare un momento in qualche modo pericoloso: è così per le maschere mortuarie – adottate in molte culture: dai minoici agli inca, dai cannibali ai santi –, per quelle che servono ai rituali d’iniziazione tipici dell’Africa (ma presenti in residuo anche in certi folklori europei) nonché per le semplici maschere di Carnevale; non è questa forse la festa di confine, infatti, tra tempo profano e sacra Quaresima, tra pazzia e penitenza? Mutare identità – difendendo nello stesso tempo la propria – aiuta a superare le ansie di un cambiamento, mimetizza la paura, esorcizza i mostri dell’ignoto e insomma preserva da eventuali incerti del destino.

Almeno così vogliamo credere. La maschera dunque protegge: persino quando non è un solido elmo da cavaliere o la regolamentare visiera da saldatore, una gabbia metallica da giocatore di hockey o il cesto degli spadaccini, o persino il passamontagna impenetrabile da rapinatore. La semplice striscia di stoffa nera che difende l’identità di Zorro, ad esempio, o la bandana multicolore di altri protagonisti da fumetto è garantista della privacy non meno che tutela della forza stessa del supereroe (basta infatti che l’Uomo Ragno o Batman se ne rivestano, perché automaticamente ne acquistino i poteri).

È difesa passiva tanto quanto attiva, cioè; scherma e provoca insieme. È spesso stato così, anche nel carnevale: le «bautte» veneziane servivano certamente per prolungare le licenze festaiole senza compromettere la rispettabilità di chi le portava, ma anche come esche per attirare l’attenzione. Tant’è vero che il loro lungo becco – si è scoperto – poteva servire per ospitare degli allettanti profumi, che si credevano utili tra l’altro anche ad allontanare le infezioni. Ma la maschera può essere anche repulsiva, anzi offensiva: sono noti i casi etnologici di popoli che se ne rivestono andare in guerra, creando effetti terrorizzanti nelle file avversarie e insieme esorcizzando in chi la porta il traumatico momento del «faccia a faccia» col nemico.

«Ci fu un tempo – ha notato lo scenografo inglese del secolo scorso Edward Craig – in cui la maschera serviva per la guerra, quando la guerra era considerata arte». Oggi sono rimaste semmai le maschere antigas… Sembra peraltro che le uniche civiltà che non conoscono la scultura facciale bellica siano alcune tribù polinesiane, dove la medesima funzione è svolta però dalla pittura del corpo o dal tatuaggio. Comunque è sempre l’identica necessità di parere diversi (e migliori) da quel che si è: in fondo, un espediente psicologico non troppo distante dalla moderna enfasi sull’«immagine», allorché la «maschera» del doppiopetto blu, di una cravatta e del perenne sorriso aiutano ad affrontare la quotidiana «guerra» delle società più avanzate.

Un’altra novità dei più recenti studi riguarda invece le maschere del teatro classico, cui di solito si attribuiva una funzione di amplificazione vocale indispensabile per farsi sentire negli spettacoli all’aperto; sembra invece che fosse più decisivo il loro valore d’identificazione del personaggio (in latino, si sa, «maschera» si diceva persona…) nonché di caratterizzazione satirica. L’attore rinunciava cioè a se stesso, si sacrificava perché emergesse – persino nel volto – un altro. E in tal senso la maschera diventa pure strumento religioso, come in effetti è stato in parecchie culture, dagli sciamani ai riti dionisiaci. Sosteneva d’altronde Eraclito che «il destino dell’uomo è di essere la maschera di un dio». Non solo: accedere – dopo opportuni riti di purificazione – a un volto segreto e forse magico potrebbe facilitare la comunicazione con il divino, nello stesso tempo proteggendo dai suoi fulmini.

Da dove viene allora il significato negativo che oggi (carnevale escluso) alleghiamo alla maschera, in quanto veste metaforica della finzione e dell’inganno? La
vulgata sostiene che la colpa sarebbe dei Padri della Chiesa, i quali moralisticamente si scagliarono contro il teatro classico proibendone le repliche. Ma è proprio così? Un’altra ipotesi proviene sempre dall’ambito teologico: la maschera ha connotazione deteriore in quanto nasconde il volto dell’uomo, immagine di Dio.

Senza contare che durante le sacre rappresentazioni del Medioevo si rivestiva il diavolo con una maschera orrida o grottesca (secondo le incertissime etimologie, il nome stesso del nostro oggetto deriverebbe da masca nel senso di «strega» o masc «stregone»). La maschera – se non la trance di mistici e sciamani – aiuta il transfert; chi la indossa (è anche l’esperienza reale di molti attori) muta personalità. Non a caso nell’autore della letteratura italiana più vicino alla psicoanalisi, Pirandello, il tema è ricorrente. La maschera, l’alter ego diventa paradossalmente uno specchio – l’unico in cui è dato di riconoscersi davvero.

Essa è infatti uno strumento che riduce sì la mimica (il modo umano per camuffarsi e sembrare ciò che non si è), però concentra tutta l’attenzione sugli occhi: il pozzo acqueo attraverso il quale si penetra nell’intimità più vera. Dunque in quei buchi sta forse il segreto del volto artificiale: «Tutto ciò che è profondo ama la maschera», firmato Friedrich Nietzsche. Ancora sicuri di mascherare i vostri figli a Carnevale?
Roberto Beretta

Salvatore Silvano Nigro, Alberto Arbasino, il pasticheur lombardo

da ILSOLE24ORE.

Alberto Arbasino, il pasticheur lombardo
di Salvatore Silvano Nigro

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6 FEBBRAIO 2010

INTERVISTA / La letteratura? È una serva

“Dai nostri archivi”
La letteratura? È una serva
Intagliatore di personaggi fuori dal tempo
Libri / Alberto Arbasino La vita bassa

Tra «chicchere e chiacchiere», Arbasino, nello Specchio delle mie brame, imbandisce un menu di ghiotti aneddoti. Il servizio prevede leggerezza, sbadata in apparenza. E invece sempre più avanza, all’ombra della Regina Cattiva di Biancaneve che in copertina incrocia le braccia, un gusto provocatorio di efferate gauloiseries. Si comincia con il «principe grullo che in occasione di un duello fa voto di pellegrinaggio a piedi in Terrasanta, poi calcola con esattezza la distanza fra Palermo e Gerusalemme e la percorre giorno per giorno nel parco facendo del salutare footing per vent’anni col servo dietro e un ombrellone di bibite fresche». Si arriva allo sberleffo del barone von Gloeden che, durante una fantomatica campagna fotografica, contrappone le pose classiche e travestite del suo verismo pagano a quelle trezzote di Verga: «Ella tiene a bada il vecchietto con le sarde e la pipa davanti alla barca naturalistica, mentre io mi apparto con gli ellenistici e i dorici dietro gli ibischi e le istmiche». Verga non ha la sfrontatezza del barone. Ma già conosce di che lacrime grondi, e di quali gramaglie si vesta, la (pirandelliana) jettatura. Si impettisce. E forse mal augurando, finge di mettere in guardia il baron tedesco: «Attento ai fichidindia», dice sornione; e da bravo novelliere rusticano.

Sono chiacchiere palermitane, questi microracconti che Arbasino ricicla dentro il Kitsch del suo romanzo, che è anche un trattatello sul Kitsch: per quella invenzione narrativa che, nelle opere di Arbasino, si combina sempre con uno spiccato talento saggistico e con la vocazione a infarcire di racconti (grandi o piccoli che siano) ogni singolo romanzo. L’”ambiente” c’è, in questi aneddoti. Lo assicura una glossa metanarrativa. Ma quel gran pasticheur che è Arbasino, non pensa certo al realismo becero. Già da tempo ha finito di scontrarsi con «un certo realismo» che, almeno per quel suo vezzo di presentarsi in giro con un “neo” in fronte, si legge nell’Anonimo lombardo, «non si è proprio mai riusciti a prendere sul serio». Come già aveva fatto Carlo Dossi, il lombardo Arbasino vuole che nella letteratura passi la conversazione di una società, la vita: trasformando il romanzo in «una commedia mondana travestita da dialogo di idee»; e reinventando il «sound del linguaggio parlato» sulla pagina del romanzo-conversazione, che sa discutere di se stesso in quanto scelta romanzesca e sa mescolare e agglutinare i vari generi letterari, e musicali, fino al recupero del cabaret pop nel Super-Eliogabalo. Dietro le scelte di Arbasino premono le “eversioni” stilcritiche di Dossi («Vedere la realtà per elenchi» e per magazzini di pensieri) e di Gadda, che della «madornale figura retorica dell’Enumerazione» (è spiegato in Certi romanzi) aveva fatto un modello di lettura pluriprospettica della realtà.

Arbasino è un conversatore “scritto”, diceva Manganelli. Sulla pagina tratta le parole come materia sonora. La sua voce “scritta” gioca dottamente con le citazioni. Si fa maliziosa, ha sottigliezza intellettuale, va in falsetto, replica e manomette le fonti (un intero dramma di Calderón de la Barca, nel Principe costante), prevarica con le rime, opera trasferimenti verbali dalla pittura. Nei racconti che compongono Le piccole vacanze, un addio al «giallo paese» e alla «Casa Lunga» strizza l’occhio all’addio dei Promessi Sposi; e la «signora Scorticacazzi» fa ogni giorno «cose da pazzi». Dentro il romanzo Fratelli d’Italia, il narratore incunea una pala d’altare, la Deposizione di Santa Felicita del Pontormo: «un Pontormo di jeans di velluto a zampa d’elefante per mettere in valore tutto quello che abbiamo davanti e dietro, color ciliegia, pesca, albicocca, diverse prugne e mele acerbe e mature, e altri frutti che non sempre si frequentano, e quindi accrescono le chances del gusto picaresco anche al tatto…». E qui l’ecfrasi gaglioffa trasferisce i colori di un intero frutteto, segretamente maturato in un saggio di Giuliano Briganti dedicato alla maniera italiana.

È facile a questo punto parlare di frivolezza arbasiniana. Ma frivolo Arbasino lo è, nel senso che i moralisti classici davano al termine; e che lo stesso Arbasino adotta in un saggio su Ennio Flaiano: «Bisogna proprio travestirsi da grandi frivoli per far intendere le cose più serie»; e cioè la compenetrazione di tragedia e di farsa, in uno stile che si dà come materiale di costruzione e si pone insieme, al quadrato o al cubo, come ironia (diceva Giuliano Gramigna) «della stessa nozione di stile».
La «conversazione di idee» è, nell’opera di Arbasino, un materiale di testimonianza: un’attualità che diventa memoria e “frivola” trafittura del presente, del suo stato culturale, delle sue precarietà, delle illusioni e dei vezzi; e si aggiorna, in quanto ritratto collettivo di un’epoca che vive se stessa in costume, attraverso quella rilettura d’autore che è la riscrittura delle opere. Si pensi al romanzo Fratelli d’Italia, quattro volte restituito al pubblico, di volta in volta riletto e rivisto dall’autore, in un arco di tempo che va dal 1963 al 1993.
romanzi e i racconti di Arbasino, che i Meridiani raccolgono nei due tomi mirabilmente curati da Raffaele Manica, fanno tutti insieme una strutturata memoria culturale del secondo Novecento: un romanzo storico disteso in due volumi, e lungo mezzo secolo. La riconfezione editoriale di questo sfolgorante romanzo si avvale di un saggio introduttivo denso e intrigante; di una «Cronologia» che è un racconto critico a due voci, del curatore e dell’autore; e di un doppio apparato storico-filologico. Il primo apparato è direttamente gestito da Arbasino. Riproduce le copertine, i risvolti, i segnalibri, le note d’autore, delle varie edizioni. A ribadire che le copertine fanno parte dei libri, legate come sono alla storia della grafica e del gusto, alle strategie editoriali, alla storia della ricezione. Arbasino deve aver pensato a lungo a questo apparato. Già nel marzo del 2003, in una lettera inedita, scriveva: «Per La caduta dei tiranni avevo chiesto a Elvira Sellerio di cercare una stampa rivoluzionaria con una presa della Bastiglia simile all’abbattimento del Muro di Berlino. Trovò un contadino in rivolta che andava bene lo stesso. Per Le piccole vacanze rimasi male, invece, perché Calvino e Fonzi e Foà vi misero un Maccari (per associazione col «Mondo»). Ma per me Maccari “faceva generazione vecchia”».

Alberto Arbasino, «Romanzi e racconti»,
a cura di Raffaele Manica, I Meridiani, Mondadori, 2 vol; ogni vol. € 55,00.
6 FEBBRAIO 2010

Giuseppe Bailone, Agostino: verità interiore, Scritture e Chiesa

AGOSTINO: verità interiore, Scritture e Chiesa

L’esperienza del dubbio e la polemica contro gli scettici hanno convinto Agostino della natura interiore della verità e della necessità di andare in cerca della verità nella propria interiorità, ripiegandosi su se stesso.
“Non uscire da te, ritorna in te stesso; la verità abita all’interno dell’uomo”.

Viene subito da pensare a Socrate e a Platone, alla maieutica del primo e alla teoria della conoscenza come ricordo del secondo. Ma in Agostino la verità non è parto dell’anima né ricordo. E’ insegnamento interiore divino.

Infatti, Agostino alla tesi appena citata aggiunge: “E se troverai la tua natura mutevole, trascendi anche te stesso. Ma ricorda, quando trascendi te stesso, tu trascendi l’anima razionale. Tendi pertanto là dove s’accende il lume stesso della ragione”.[1]

Torna in te stesso, ma non fermarti a te stesso.

La natura umana, infatti, anche nel suo versante interiore, è mutevole e inaffidabile: non solo i sensi ma anche la coscienza e la ragione possono sbagliare. La verità che è all’interno dell’uomo non è l’uomo, ma ciò che di divino c’è nell’uomo.

Viene da pensare a Plotino, la cui filosofia Agostino utilizza ampiamente, ma Plotino è l’ultimo dei greci mentre Agostino è cristiano.

Per il filosofo cristiano ciò che di divino c’è nell’interiorità umana non è solo la forza divina dell’uomo che lo mette in condizioni di avvicinarsi agli dei, ma è la presenza del magistero divino. Non è solo ciò che nell’uomo lo rende simile agli dei, è la presenza stessa di Dio nell’uomo.

Agisce qui la profonda differenza metafisica tra Plotino e Agostino, determinata dall’idea biblica e cristiana della creazione, molto diversa dall’idea plotiniana di emanazione.

L’emanazione garantisce continuità ontologica nel procedere delle cose dall’Uno. La creazione dal nulla introduce un salto ontologico tra il creatore e le creature: tra il primo e le cose c’è l’abisso del nulla.

L’uomo di Plotino, ancorato ontologicamente all’Uno da cui deriva, ha in sé la forza per arrivare alla verità e per tornare all’Uno. Può contare su di sé.

L’uomo di Agostino, se conta su di sé, precipita nel nulla che lo separa dal suo creatore.

Il fondamento ontologico plotiniano dell’autonomia umana in Agostino non c’è più. Non solo: c’è stato anche il peccato originale che ha compromesso gravemente la primitiva natura umana.

Senza l’aiuto divino l’uomo non arriva alla verità e si perde in se stesso.

Agostino parla di illuminazione divina, di divino maestro interiore.

La verità è, per Agostino, frutto di rivelazione divina interiore, che si aggiunge alla rivelazione divina fissata nelle sacre scritture.

L’assistenza divina di cui l’uomo, in cerca della verità e della salvezza, ha bisogno è duplice: c’è il libro delle verità rivelate, ma c’è anche l’illuminazione che guida ogni uomo che si ripieghi su se stesso.

Ragione e fede sono, pertanto in profondo accordo: hanno la stessa fonte nella doppia rivelazione divina, interiore e nelle scritture.

La vera filosofia e la vera religione coincidono.
Crede ut intelligas e intellige ut credas.

Credi per capire e comprendi per credere.

La doppia formula esprime efficacemente il sostegno reciproco che fede e ragione si prestano, il loro equilibrio e il bisogno di integrazione reciproca.

La vera fede si offre alla comprensione razionale. Senza o contro la ragione non si ha vera fede. La ragione retta apre alla fede e la comprende. Senza o contro la fede la ragione si perde.

Dio ha rivelato le verità della fede delle sacre scritture e parla all’interno di ogni uomo. Non solo: ha fondato la sua chiesa.

La ricerca interiore ha nelle sacre scritture e nella comunità ecclesiale ciò che la salva dal rischio del solipsismo individualistico.

Coesistono in Agostino la fede nell’illuminazione divina della ragione, la fede nelle verità rivelate delle Scritture e la fede nella Chiesa.

La sua è, nello stesso tempo, religione razionale, fondata sulla coscienza individuale, religione del libro e religione ecclesiastica.

La coscienza individuale porta l’individuo alla fede nelle sacre scritture, di cui la Chiesa, istituzione divina, è la sola interprete.

In tutte le polemiche, che accompagnano la sua attività pastorale, Agostino cerca sempre di tenere insieme questi tre aspetti, accentuando ora l’uno ora l’altro, sotto l’urgenza del momento.

E il succedersi di esigenze diverse porta ad un pensiero che sembra caratterizzarsi per svolte profonde e che si presta ad utilizzazioni diverse, anche opposte. Ad Agostino, infatti, ricorrono sia quelli che propongono il primato della coscienza individuale e del libero esame delle sacre scritture, sia i clericali più convinti. Protestanti e Cattolici, in età moderna, trovano in lui un padre autorevole. E tutti hanno in lui elementi di appiglio, scelti dal suo tormentato lavoro, teso a tenere insieme coscienza individuale, Scritture e Chiesa.

Agostino usa ampiamente il pensiero di Plotino, ma l’idea di creazione divina dal nulla cambia radicalmente il quadro metafisico e le possibilità umane di approdo alla verità e alla salvezza.

All’autonomia razionale individuale dell’uomo di Plotino subentra la radicale insufficienza dell’uomo agostiniano.

Senza illuminazione divina interiore, senza la verità rivelata delle sacre scritture e al di fuori della Chiesa l’uomo si perde.

Del logos della filosofia greca resta solo il nome.

Torino 6 febbraio ’10

Giuseppe Bailone

Laura Tussi, Il complesso lavoro dell’analisi di gruppo. Politiche e servizi per la Salute Mentale

“La follia è una condizione umana.
In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione.
Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla.
Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere”
Franco Basaglia

http://www.peacelink.it/sociale/a/30359.html

laura tussi
Il complesso lavoro dell’analisi di gruppo
Politiche e Servizi per la Salute Mentale

“La follia è una condizione umana.
In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione.
Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla.
Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere”
Franco Basaglia
16 ottobre 2009 - Laura Tussi
La legge 180, Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori, del 13 maggio 1978, meglio nota come legge Basaglia (dal suo promotore in ambito psichiatrico, Franco Basaglia) è una nota e importante legge quadro che impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo i servizi di igiene mentale pubblici.
Successivamente la legge confluì nella legge 833/78 del 23 dicembre 1978, che istituì il Servizio Sanitario Nazionale.
La legge fu una vera e propria rivoluzione culturale e medica, basata sulle nuove e più “umane” concezioni psichiatriche, promosse e sperimentate in Italia da Franco Basaglia.
Prima di allora i manicomi erano poco più che luoghi di contenimento fisico, dove si applicava ogni metodo di contenzione e pesanti terapie farmacologiche e invasive, o la terapia elettroconvulsivante (che per alcuni casi viene tuttora utilizzata).
Le intenzioni della legge 180 erano quelle di ridurre le terapie farmacologiche ed il contenimento fisico, instaurando rapporti umani rinnovati con il personale e la società, riconoscendo appieno i diritti e la necessità di una vita di qualità dei pazienti, seguiti e curati da ambulatori territoriali.
Le discipline psicologiche e psichiatriche si basano su presupposti e modelli teorici, come lo sviluppo della personalità, la relazione tra i rapporti famigliari e gli scompensi clinici, le fluttuanti delimitazioni fra normalità e disturbi nevrotici e psicotici che si verificano per fattori biologici, psicologici, sociali.
Il DSM Diagnostic Statistical Manual of Mental definisce l’omosessualità come deviazione sessuale e nel 1974 i membri della commissione stabilirono di togliere l’omosessualità dalle patologie, dimostrando la relatività dei giudizi psichiatrici e l’incertezza delle diagnosi.
La ricerca di Harris dimostra l’influenza dei fattori sociali sulle situazioni patologiche che interagiscono nella genesi delle depressioni, delle psicosi e delle schizofrenie, come elementi di vulnerabilità e agenti causali, quali separazioni, perdite e delusioni. Warner individua variabili che incidono sulla patologia schizofrenica, come lo stress economico e la disoccupazione e indica fattori protettivi per rendere le psicosi più accolte nella società, fornendo al paziente un posto di lavoro, trattando la malattia nel setting psicoanalitico, con supporto clinico e psicologico.
Ciompi individua un modello esplicativo della schizofrenia con fasi premorbose, acuti scompensi psicotici ed un’evoluzione della patologia a lunga scadenza.
Con questo modello, la schizofrenia viene concepita come un processo nosografico intermittente e non come disordine cronico, per cui anche l’etnopsichiatria si è occupata delle variabili culturali nel manifestarsi della patologia.
Il paziente schizofrenico vive intensi momenti e piene fasi di lucidità estremamente creativi e produttivi, in cui il disagio mentale viene vissuto come risorsa e ricchezza valoriale e creativa, dove anche , grazie ai progressi della farmacologia, le estreme condizioni di sofferenza individuale ed esistenziale sono contenute e controllate, tramite la somministrazione dosata dei nuovi ritrovati farmacologici che spaziano dai neurolettici, agli antipsicotici, come l’aloperidolo.
Per evitare gli effetti collaterali tipici degli antipsicotici tradizionali, i ricercatori hanno sviluppato, negli ultimi anni, una serie di nuovi farmaci neurolettici con azione più specifica e selettiva sul sistema dopaminergico.
La clozapina (Leponex) è stato il primo farmaco classificato fra gli “atipici”, grazie ai suoi scarsi effetti collaterali extra-piramidali (rigidità, parkinsonismo, ecc.).
La olanzapina (Zyprexa) rappresenta una delle ultime scoperte indirizzate a scopi antipsicotici.
Saraceno individua fattori macrosociali, differenze culturali, eventi esterni, condizioni socioeconomiche e contesti microsociali e familiari che influenzano la multidimensionalità della patologia, come segnale psichico di conflitti interni, di fenomeni di devianza e di grande e grave sofferenza individuale e scompenso psichico, fisico ed esistenziale.
La teoria psichiatrica moderna si costituisce con la caduta dell’interpretazione magica e religiosa della follia.
Piro individua diversi periodi di considerazione della psichiatria: il periodo conservatore, di modernizzazione, di mutamento e di difficile riforma come gli anni ‘80 e ‘90.
Gli anni ‘60 vedono un clima politico e culturale nuovo, con proposte riformistiche, nella lotta antiistituzionale con il progetto di settorializzazione psichiatrica al fine di accogliere i malati in una certa parte del territorio con dispensari, ambulatori, istituti intermedi, favorendo il decentramento territoriale al fine di agevolare l’inserimento e l’integrazione del paziente nel tessuto sociocomunitario, abolendo la funzione istituzionale, repressiva e restrittiva, del manicomio, proponendo invece la cura e l’igiene mentale in un’ottica sociale più ampia, dove il diverso deve essere accolto dalla comunità e dalla società, assumendo come presupposto la “follia” quale imprescindibile condizione umana e ricchezza creativa e valoriale e abolendo il grave stato di sofferenza traumatica dell’individuo al presentarsi dei sintomi gravi delle malattie mentali.
Jones auspica l’organizzazione di comunità terapeutiche per sostituire alla gestione violenta del manicomio, una pratica sociocomunitaria, con l’eliminazione di rapporti autoritari, per lo sviluppo della comunicazione e della risocializzazione del malato psichiatrico.
Tale prospettiva vede un’applicazione pratica con gruppi psichiatrici intorno alla figura di Basaglia.
La riflessione sulla gestione concreta del malato è messa in discussione da differenti culture e approcci medici e terapeutici come per esempio l’antipsichiatria di Laing.
Il tema dell’istituzionalizzazione pone all’attenzione pubblica le considerazioni sul complesso dei danni psichici inferti al paziente per il lungo soggiorno coatto nelle istituzioni, con principi di autoritarismo e coercizione, che inducono nel degente una progressiva perdita di interessi, in un processo di repressione, regressione e restringimento della personalità che ingenera vuoto emozionale ed esistenziale.
La tesi di Basaglia si fonda sul presupposto che l’istituzione manicomiale deforma la malattia mentale, la nasconde e impedisce la presa di visione e di considerazione del problema sociale e istituzionale.
L’introduzione dei neurolettici e degli antipsicotici, come il Serenase e l’Haldol, crea negli ospedali un’azione di recupero del rapporto e della relazione basati sulla narrazione e l’analisi delle storie di vita da parte degli psicoterapeuti e degli psicanalisti, perché tali sostanze inibiscono e tengono a bada le fasi allucinatorie e deliranti delle psicosi e di conseguenza inibiscono e controllano le gravi condizioni di sofferenza esistenziale e di scompenso psicomotorio del paziente.
Tale processo e progresso medico e farmacologico si manifesta come un imprescindibile supporto all’ipotesi organizzativa moderna, come punto di riferimento della Organizzazione Mondiale della Sanità OMS.
Partendo dalla psichiatria, viene ripensata la categoria socioculturale dell’esclusione, per la cura del malato che si attua nella paura, nella repressione e occorre invece la riconquista della libertà, nella tutela del degente, nella difesa dell’integrazione e dell’accoglienza del diverso nella comunità e nella collettività, in un processo collettivo di integrazione e inserimento sociocomunitario del paziente.
La legge 180 contiene la legittimazione giuridica dell’umanesimo psichiatrico di Basaglia.
I principi della legge considerano la malattia mentale inclusa in una rete di servizi territoriali, ambulatoriali e ospedalieri, come i centri psicosociali di cura e assistenza. La legge 180 prevede l’assistenza psichiatrica come parte del Sistema Sanitario Nazionale SSN, la chiusura dei manicomi e l’organizzazione di decentramento della cura e dell’assistenza a livello territoriale, in servizi psichiatrici dislocati e decentrati nel tessuto sociocomunitario, nell’ambito del territorio.
Con la riforma psichiatrica prevista dalla legge 180, il ricovero del malato è volontario e non più obbligatorio e coercitivo e si intravede una nuova fase per lo sviluppo dei servizi di cura e assistenza con reti di servizi psichiatrici che prevedono dipartimenti per la salute mentale, lo sviluppo della riabilitazione psichiatrica, la regolamentazione dei processi per la chiusura degli ospedali psichiatrici stessi.
È presente una classificazione dei servizi per la salute mentale secondo modelli tipici: servizi forti, ospedali psichiatrici, servizi deboli e servizi con forte caratterizzazione organizzativa, con tecniche di intervento sistemico, psicodinamico e farmacologico. Sussistono diversi sistemi organizzativi del sistema psichiatrico, come il dipartimento di salute mentale, il sistema dipartimentale con reti di servizi, i centri di salute mentale con collegamenti ai servizi sanitari e sociali, i servizi psichiatrici di diagnosi e cura, le strutture semiresidenziali come i day hospital, i centri diurni e le strutture residenziali.
Nel 1994 il governo Ciampi ha approvato un progetto/obiettivo di tipo nazionale riguardante la tutela della salute mentale con l’apertura presso le ASL di reti di strutture territoriali psichiatriche, residenziali e semiresidenziali con operatori dalle comprovate competenze professionali, nella concezione complessiva di superamento della struttura dell’ospedale psichiatrico, dell’istituzione a regime coatto e repressivo, fondata invece sul concetto di esclusione e di separazione del malato dalla società, dove si escludeva il principio di integrazione della diversità nel tessuto sociale.

L’analisi di gruppo

Nell’analisi di gruppo subentrano elementi concomitanti, le persone, le relazioni interpersonali e il rapporto tra le persone e il gruppo.
Nell’analisi di gruppo è posta enfasi sulle relazioni di transfert individuali, come la risonanza, l’effetto a specchio con ripercussioni sulla fantasia e i sentimenti.
La catena associativa gruppale è il modo in cui vengono espresse le fantasie dei singoli nel gruppo, con fenomeni transpersonali che si evolvono nell’atmosfera gruppale, nella sinestesia di vissuti, emozioni e sensazioni tra i partecipanti.
Nello stato gruppale nascente si evolve una fenomenologia che manifesta attesa messianica e illusione gruppale e collettiva che risponde ad un desiderio di sicurezza e di preservazione dell’unità individuale che sfocia in fenomeni di narcisismo gruppale con eventi di depersonalizzazione, derealizzazione e di individualizzazione, ossia perdita dei confini del sè e cambiamento, in una condizione di transito verso altre fasi.
La funzione alfa consiste nella capacità dell’analista di recepire le comunicazioni preverbali e verbali del paziente, con competenze di ricezione in attività di elaborazione.
Lo spazio comune del gruppo risulta dal superamento dello stato gruppale nascente allo stadio di gruppo come soggetto collettivo, con uno spazio e tempo, e ambito mentale relazionale, legato al sentimento di appartenenza.
Animare l’identità del gruppo significa collegare il processo gruppale con la sua base affettiva, evitando l’istituzionalizzazione e la sclerotizzazione collettiva.
La diade paziente e terapeuta genera un campo bipersonale con diversi livelli.
Il setting di transazione verbale presenta fantasie inconsce bipersonali e multipersonali, in un gioco incrociato di identificazioni proiettive che coinvolgono i membri del gruppo e l’analista stesso.
Il campo dello stato mentale consiste in un sistema complesso di fantasie, emozioni e idee, in un sistema di sincronicità e interdipendenza.
La semiosfera è l’ambito della determinazione di senso di ciò che accade nel gruppo come continuum ed insieme di sistemi elaborativi di senso.
La semiosfera è il corrispettivo a livello semiotico dell’unità del gruppo e della comune area sensoriale ed emotiva, come spazio comune del gruppo stesso.
La semiosfera è un insieme di sistemi di autorappresentazione e determinazione all’interno del gruppo come un continuum semiotico o semeiotico in cui operano sistemi gruppali.
Nel 1970 Bion intuisce un collegamento stretto tra cervello, brain e mente, mind. Secondo Bion il cervello inizialmente, nel processo di evoluzione umana, svolge compiti diversi e successivamente si è adattato ad albergare i pensieri, ossia l’onere di pensare i pensieri.
Questa operazione ingenera angoscia di contenuti e provoca il distacco dal gruppo. Infatti con l’onere del pensiero, l’individuo animale si trova solo.
Questo suggella il passaggio dal cervello come il proprio cervello, al cervello come mind, mente, ossia contenitore ed elaboratore di pensieri.
Secondo Bion non sussiste distinzione tra cognitivo e affettivo.
Il pensiero è affetto.
Si presenta una differenziazione tra pensiero tecnologico e pensiero con responsabilità di pensiero, in fase operativa ed operatoria.
I pensieri hanno la capacità di promuovere lo sviluppo della mente con emozioni, comunicazioni, sentimenti ed esperienze.
Le caratteristiche del pensiero di gruppo non sono la somma di qualità individuali, ma la complessità di fattori del collettivo come entità pensante, del pensare insieme.
La funzione terapeutica del pensiero di gruppo consiste nella capacità di metabolizzare l’ansia e l’angoscia.
Il gruppo disintossica la mente dell’individuo dalle tensioni, con la funzione di metabolizzare l’angoscia.
Nel 1981 Corrao definisce la funzione gamma simile alla funzione alfa con la capacità di pensiero del gruppo di metabolizzare le emozioni, le tensioni e gli elementi sensoriali.

Attilio Mangano, Basaglia e il film ” C’era una volta la città dei matti”

IERI SU RAI UNO LA PRIMA PARTE DEL FILM SU BASAGLIA HA VINTO, IL FILM E’ BELLO, HA COMMOSSO, HA FATTO RAGIONARE, HA RICORDATO DEGNAMENTE UN GRANDE PROTAGONISTA DEL 68.

La fiction sull’opera di riforma di Franco Basaglia, “C’era una volta la città dei matti”, ha vinto la gara degli ascolti nella prima serata di ieri. La miniserie di Raiuno dedicata all’abolizione dei manicomi è stata vista da quasi 5 milioni e mezzo di telespettatori (5.442.000), con il 21,25 per cento dello share. Su Canale 5 Amici di Maria De Filippi, dalle 21,33 a mezzanotte e 45 circa, ha avuto quasi 5 milioni di telespettatori (4.920.000).

IN PRIMO LUOGO CONVIENE SOFFERMARSI SUL FILM E SULLA SUA STESSA BELLEZZA, GRAZIE SOPRATTUTTO ALLA STRAORDINARIA PRESTAZIONE DI FABRIZIO GIFUNI,

DA il manifesto
Silvana Silvestri FICTION TV «C’era una volta la città dei matti»
Fabrizio Gifuni antipsichiatra
La vitalità dell’esperienza rivoluzionaria di Franco Basaglia di cui oggi ci sono rari esempi ce la restituisce Fabrizio Gifuni con rara sensibilità in C’era una volta la città dei matti di Marco Turco. Dopo essere stato De Gasperi per Liliana Cavani, papa Montini per Fabrizio Costa, aver ricevuto il nastro d’Argento per La Meglio gioventù (dove Lo Cascio era allievo di Basaglia), perfetto giudice in Galantuomini di Winspeare, ora lo seguiamo nella limpidezza del suo avanzare nella teoria e prassi a liberare l’umanità offesa. Come avrà avvicinato il difficile personaggio? «Con molta pazienza e cercando di prendermi il maggior tempo possibile, dice Gifuni, perché se c’è un’idea «folle» in tutto questo lavoro è forse il tentativo di far rivivere una figura come Franco Basaglia in un racconto di finzione. Il mio lavoro prevede una componente di forte irrazionalità che ogni volta assume caratteri diversi. Mi ha immediatamente convinto la regia di Marco che conosco da più di dieci anni per aver fatto il suo primo film nel ‘98 a Parigi e collaborato al documentario In un altro paese. Poi mi ha convinto la sceneggiatura che non aveva una struttura biografica, come in genere si fa in tv, ma più punti di vista: mi sembrava un modo di procedere basagliano. Sarebbe stato sbagliato raccontare come impresa di un uomo solo questa grande pagina di storia del nostro paese, raccontata qui come una grande esperienza collettiva, una grande rivoluzione non soltanto psichiatrica, ma anche sociale di tante donne e tanti uomini. È importante che il punto di vista fosse quello di Franco ma anche dei pazienti, degli infermieri e delle famiglie. Poi è stata convincente l’idea di girare il film in strutture reali e non in teatri di posa: nei vecchi padiglioni di Imola perché Gorizia poteva essere utilizzata solo negli esterni, completamente trasformata negli interni in questi quarant’anni. E a Trieste abbiamo girato nel S. Giovanni. Non soltanto gli ambienti ci regalavano ogni giorno un’esperienza autentica, ma hanno preso parte al film tanti uomini e donne che hanno vissuto problemi di disagio mentale e che adesso partecipano a laboratori teatrali e artistici. Hanno partecipato con entusiasmo e professionalità creando quelle dinamiche dialettiche tutte basagliane per cui saltavano i ruoli della macchina cinema con le sue gerarchie precise. In questo caso il set non era un set anarchico, ma ci si lasciava volentieri contagiare anche da quello che succedeva.
Non credo che sia più facile o più difficile interpretare un personaggio realmente esistito, credo che cambi in parte il lavoro di preparazione. Io prima tento di immergermi nel mondo del personaggio, un lavoro molto paziente e lungo di ricerca e documentazione, radunando tutto il materiale possibile dei documenti audiovisivi, cartacei, fotografici, la ricostruzione dell’ambiente e poi (semplificando) bisogna distaccarsi da tutto questo per tentare una via interpretativa originale, per non rimanere schiacciati dal modello. Ho avuto la possibilità di valutare gli effetti della legge 180, ho passato molte ore con Peppe Dell’Acqua uno dei collaboratori di Basaglia, attuale direttore del dipartimento di salute mentale di Trieste, supervisore scientifico del film. Con lui ho fatto un giro delle attuali strutture che sono le possibilità reali di attuazione delle legge . Premesso che questa legge ha restituito non soltanto la dignità ma anche i diritti civili a persone che erano state completamente escluse, vedere queste strutture che Basaglia aveva previsto per legge (i centri di salute mentale, le microaree ecc.) indispensabile sostegno per le famiglie, fa capire che è un falso che la legge abbia scaricato tutto il peso sulle famiglie.
C’è un’intervista, tra tutte quelle che ho visto, a Franca Ongaro, la moglie di Basaglia, figura straordinariamente importante perché mentre Franco è morto a 56 anni, lei ha potuto battersi in parlamento per l’attuazione della legge. Lì Enzo Biagi fa un po’ l’avvocato del diavolo e lei gli dà una risposta fulminante: non credo, dice, che esista una pazzia diversa in alcune regioni piuttosto che in altre, semplicemente ci sono comuni, province e regioni che hanno speso soldi in un certo modo creando le strutture che erano previste e altre che hanno speso i soldi per altro. E oggi è facile pensare come sono stati utilizzati, alla luce delle vicende della sanità».
LA FIGURA E L’OPERA DI BASAGLIA CONTINUANO A ESSERE UN RIFERIMENTO DI FONDO, BENE HA FATTO DUNQUE CHI HA RICORDATO LA SUA SCELTA DI FONDO E LA SUA BATTAGLIA.

/da IL FATTO QUOTIDiano 6 febbraio 2010
Il medico che chiuse le case dei matti

di Maurizio Chierici

Non è facile immaginare Franco Basaglia davanti alla tv mentre scorre il film sui matti da slegare, storia della sua utopia testarda che ha sconvolto la provincia culturale dell’Italia anni Sessanta. Jean Paul Sartre se n’era innamorato: “Un intellettuale concreto”. Ma i baroni della medicina frenavano, furibondi. Basaglia cancellava il ruolo dominante di signori delle corsie. Ne rimpiccioliva il potere sgretolando quel potere che la tradizione gli conferiva in quanto primario. E la casta non lo sopportava. Non sopportava l’abitudine di sgobbare quindici ore al giorno. Si era sfilato il camice, segno di autorità che ancora oggi intimorisce chi ha una gamba rotta, immaginiamo gli esclusi inchiodati nei letti di contenzione.

All’elettrochoc sostituiva la terapia della parola. “Dev’essere matto se discute con i matti”. La gente senza nome era nessuno: numeri nella contabilità dell’ospedale – casa di pena. La rivoluzione di Basaglia e degli psichiatri che lo seguivano “nella follia” considera quei malati dagli occhi spiritati, non ergastolani sepolti dal codice, ma persone estromesse dalla vita civile.

Sempre povera gente, nessun borghese o possidente ai quali era permesso superare la “debolezza” nella cliniche private. Permesso negato a contadini e braccianti: polvere della società, vergogna delle famiglie. E l’autorità li seppellisce dietro le grate con un timbro che ruba la loro vita. “Signore e signori” (li chiamava così) per Basaglia avevano solo bisogno di aggrapparsi alla considerazione di chi li curava.

Obbligatorio salutarli chiamandoli per nome. Obbligatorio affrontare assieme problemi reali e immaginari nelle assemblee terapeutiche che precedevano le assemblee ’68. Ne sollecitava gli interventi. “Lei, perché non parla?”. Li abitua a parlare. Non sempre la logica accompagnava le cose che mettevano in fila: ma guai interromperli, Basaglia alzava la voce.

Nella Gorizia del 1962 si era accorto che la demenza di gran parte dei degenti (”ospiti provvisori”) aveva radici nella voglia di scappare dalla fatica che opprimeva la vita grama. E bevevano. Ottanta per cento di alcolisti. Le sbornie li avevano trasformati in fantasmi che la comunità non sopportava. I primi giornalisti che la curiosità aveva portato a Gorizia dovevano solo divertire i lettori nel racconto dell’ospedale più strampalato del mondo.

Assemblea di ogni venerdì mattina: Basaglia, Franco Rotelli, Agostino Pirella, Slawitz, tanti, dirigono la riunione che deve decidere i nomi di chi può tornare a casa per il fine settimana. Concessione che indigna il procuratore della Repubblica e l’onorevole missino della città: “Attentato all’ordine pubblico con complicazioni internazionali”.

Perché il muro che chiude il parco del manicomio segna il confine tra Italia e Jugoslavia. “Il signor Furlan merita la vacanza in famiglia?”. Lo decidono voti e interventi: “Non merita perché ha promesso che appena esce beve”. Il signor Furlan scuote la testa. “Le prometto di proporla per il prossimo weekend”. Parola incomprensibile, ma una promessa del direttore è una promessa seria. E si acquieta. Da Gorizia a Parma, manicomio di Colorno mentre i ragazzi del ’68 si innamorano della sua follia. Occupano gli ospedali dai letti incatenati.

Ecco l’incontro fatale con Mario Tommasini, assessore alla sanità, terza elementare: la sua pietà aveva preceduto la pratica del professore. Aveva svuotato gli orfanotrofi distribuendo alle famiglie che adottavano un bambino quanto doveva spendere per mantenerlo nella solitudine dei cortili. Sotto l’ala di Basaglia, Tommasini chiude il manicomio liberando i matti-contadini in una fattoria dove già provano a dimenticare le polveri bianche ragazzi che scappano dalla droga. Ne diventano angeli custodi. Amministrazione affidata a detenuti in libera uscita nelle ore del lavoro. “Ha perso la testa”: i baroni non si arrendono. Invece funziona. “Impariamo a conoscere il diverso per farlo vivere con noi”.

La Salvarani che fa mobili è la prima industria d’Europa ad assumere venti operai down: la solidarietà dei lavoratori accanto li trasforma in operai come gli altri. La reazione della buona società è terrificante. Giornali e tv scatenate. Anche perché Basaglia insiste nel trascinare i suoi fantasmi nella vita. Gita in aereo, mondo capovolto. Attenzione agli sguardi che i relitti uomini e i relitti donne incrociano nelle passeggiate nel parco. Basaglia e Tommasini creano appartamenti comunità.

Affiorano tenerezze sepolte. Ma l’assedio non si arrende. A dire il vero anche certi intellettuali continuano a considerare i malati protagonisti marginali della società. A Trieste, Basaglia trasforma l’ospedale asburgico – padiglioni in fila nella collina – in una comunità multiculturale con risvolti commerciali. Via le sbarre, uffici, bar. Le famiglie che passeggiano la domenica non sospettano che il giardiniere o la ragazza che porta il caffè o il guardiano gentile nei saluti, qualche mese prima vagavano dietro le sbarre.

Nel 1977, mentre il progetto della legge che chiude i manicomi inquieta baroni e onorevoli della tradizione, Basaglia organizza un convegno per “rompere i meccanismi dell’emarginazione”. I nuovi filosofi parlano con Felix Guatari. Il professore pretende la testimonianza di un paziente, ma attorno al microfono di stringono i francesi di Marge e gli autonomi italiani.

Vogliono parlare e subito. Lo spingono fuori, lo buttano a terra. Torna allo studio pallido e senza una parola: due costole rotte. Franca Ongaro, la moglie con la quale ha condiviso il sogno, lo fascia con pazienza. Perché serve pazienza quando si ha un marito che vuol tornare nel caos per ascoltare e spiegare. Torna, spiega, ecco l’applauso liberatorio. “Non è successo niente. Ricominciamo”.

COME ERA PREVEDIBILE LA POLEMICA SU BASAGLIA E’ SUBITO ESPLOSA. E CREDO SIA DESTINATA A PROSEGUIRE. BASTA CITARE MARCELLO VENEZIANI CHE HA SCRITTO CHE “La sua fu una utopia generosa costata troppo dolore”( da IL GIORNALE)

Basaglia santo subito? Sarebbe una pazzia

Non è a Franco Basaglia che dovevate dedicare un commosso ricordo televisivo a proposito della città dei matti. Non è a lui e alla sua generosa utopia, costata tante tragedie fra i malati di mente e le loro famiglie, che andava dedicata una fiction celebrativa del servizio pubblico della Rai. Ma ad un dimenticato sacerdote del sud, meridionalista concreto, che edificò dal nulla grandiose Case della divina provvidenza per accogliere i malati di mente e poi pensò, vent’anni prima di Basaglia, alla necessità di superare la triste realtà dei manicomi. E studiò un progetto umano e realistico: il villaggio postmanicomiale.

Prima di raccontarvi di lui, vorrei dirvi qualcosa di Basaglia e del ciclone antimanicomiale che da lui prese piede. Ne parlo per esperienza diretta, non in veste di matto, come forse alcuni di voi sospettano, ma perché sono nato e cresciuto nella città dei pazzi, Bisceglie. Un centro che aveva nel suo cuore un grande manicomio, il più grande del sud e qualcuno - forse malato di megalomania - diceva addirittura d’Europa. Un manicomio, la Casa della divina provvidenza, che accoglieva migliaia di malati, dava lavoro a migliaia di infermieri e medici e aveva diramazioni a Foggia, Potenza, Palestrina e Guidonia. Beh, io ricordo la tragedia prodotta dalla legge 180, cosa volle dire il «liberi tutti» ordinato alla follìa; quali drammi scatenò, quanti abbandoni e solitudini, matti allo sbando, incapacità delle strutture ospedaliere di accogliere i dementi in crisi, tormenti delle famiglie che si trovarono a dover sopportare, spesso in condizioni di povertà e di ignoranza, l’arrivo del famigliare pazzo. Quanti dolori esplosero allora e non trovarono strutture pronte ad aiutarli; leggete Mario Tobino che ebbe analoghe esperienze in manicomio da medico. Sarebbe follìa idealizzare i manicomi, ce n’erano alcuni che erano veri lager. Nessuno rimpiange la segregazione della follìa, che fu un frutto perverso del razionalismo scientista, perché i manicomi sono figli dei lumi e della scienza positivista. Sappiamo quanti maltrattamenti e abusi, anche sessuali, quante speculazioni sulla pelle dei matti. Ma la loro abolizione, insieme all’assurda teoria che la malattia mentale non esiste, ma è frutto dei rapporti di classe e delle condizioni socio-culturali, come sostenevano i seguaci sessantottini di Lang, Basaglia e dell’antipsichiatria, produsse ferite e traumi giganteschi. Di tutto questo non si racconta nella lirica epopea di Basaglia e lo si santifica come un Liberatore. L’idea che si potesse abolire la realtà e con la realtà la pazzia, fu la vera aberrazione ideologica di questa perniciosa filantropia. Fu l’egualitarismo, il comunismo applicato alla psiche; fu il delirio dell’immaginazione al potere che si fece antipsichiatria. Di Basaglia va riconosciuta la buona fede, il fervore ideale, ma non possono essere cancellati i paurosi danni della legge 180 che ancora perdurano. A loro vorrei opporre il sano realismo di quel parroco prima accennato. Si chiamava don Pasquale Uva, veniva dal mio paese e lo chiamavano Zì’ Terrone perché proveniva dalla terra e si definiva «operaio nella vigna del Signore». Mentre i meridionalisti teorizzavano il riscatto del sud negando radici, caratteri e tradizioni meridionali, quel cocciuto prete costruì dal nulla, pietra su pietra, tra collette, anticamere e testarde perorazioni, un grandioso ricovero per i malati di mente del sud. Il suo modello fu Cottolengo. Prima di condannare l’esistenza nefasta dei manicomi dovete pensare cos’era l’Italia e in particolare il sud prima che esistessero quelle strutture ospedaliere. I dementi vagavano per le strade, ridotti alla fame e agli stracci, derisi e aggrediti o a loro volta aggressivi e pericolosi. Ci vollero benemeriti come don Uva, e le suore che lo accompagnarono, le ancelle della divina provvidenza, a raccoglierli dalle strade e a dar loro cure, cibi, assistenza. Fu un progresso il manicomio rispetto alla situazione precedente. Fu un atto di pietà e di umanità, altro che segregazione. Ma don Uva capì quanta sofferenza covava dietro quelle grate e sapeva anche l’aspetto atroce dei manicomi. Così, dopo trent’anni di gestione degli ospedali psichiatrici, don Uva pensò nei primi anni Cinquanta ad una bonifica degli ospedali psichiatrici e progettò i villaggi postmanicomiali, una struttura aperta che immettesse gradualmente i malati nel mondo libero. Progettò così una città per i malati di mente che avesse al suo interno azienda agricola, pascoli, stalle, orti, vigneti e frutteti, laboratori, molini e pastifici, cinema-teatro e caffè, circoli e sale di bigliardi, impianti sportivi. Pensò cioè di accompagnare gradualmente i malati verso la guarigione e l’integrazione attraverso una struttura fondata sull’ergoterapia e la ludoterapia, il lavoro e il gioco. Al loro fianco erano previsti non casermoni cupi e ospedali-carceri ma agili strutture di cura come avrebbero dovuto essere i centri d’igiene mentale. Il progetto, insomma, era di immettere in modo graduale e in un luogo solare, intermedio tra l’ospedale e la strada, i malati di mente curabili nella vita normale, separandoli dai malati più acuti. Aveva previsto nel dettaglio un piano di spesa e individuato il sito per il primo villaggio postmanicomiale, presso il lago di Varano. Ma aveva ormai settant’anni e i primi malanni, non trovò adeguati interlocutori e poco dopo morì. Nessuno fu in grado di raccogliere l’eredità di quel progetto. Fu così che alla degenerazione degli istituti psichiatrici si oppose la follìa di chiuderli e si dichiarò cessata per legge e ideologia la malattia mentale. Oggi ne piangiamo gli effetti e romanziamo epicamente la vita e l’opera di Basaglia, seguendo l’antica etica lottizzatrice delle fiction di Stato: dopo la fiction su un santo, Agostino, una su un laico de sinistra, Basaglia; dopo un papa de sinistra, un papa de destra, per una fiction blando-revisionista tre fiction antifasciste sui partigiani e le vittime del nazismo; se c’è un De Gasperi ci vuole un Di Vittorio… Finiscono le culture e i partiti di riferimento, ma i santini no. Per carità, lo sappiamo, così va il mondo. Ma se la verità conta qualcosa, ha giovato ai dementi più l’opera del beato Pasquale Uva che la generosa ma nociva utopia di Franco Basaglia.

CREDO IMPORTANTE A QUESTO PUNTO SEGNALARE E RICORDARE LA LUNGA STORIA DELLE POLEMICHE E DELLE CRITICHE, IN PARTICOLARE QUELLE DI UN EX BASAGLIANO COME GIOVANNI JERVIS, STUDIOSO DI VALORE SU CUI SI PUO’ A VOLTE NON CONVENIRE MA IN GRADO DI INDICARE ALCUNI PROBLEMI EMERSI E NON RISOLTI CHE INVITANO A STUDIARE TUTTA LA VICENDA. NON CREDO SI TRATTI OGGI DI DIRE SE AVESSE PIU’ RAGIONE BASAGLIA O JERVIS MA DI RICORDARE ENTRAMBI COME GRANDI PROTAGONISTI DELLA STORIA DELLA PSICHIATRIA E DEI SUOI MODELLI CULTURALI.

Una critica a Jervis : i nostri conti con Basaglia

da Psichiatria oggi del dic.08, di E.Ventarmi, A. Pirella, D. Casagrande, I . SchiLLn; A. Slavicli, N. Goldschmidt, B. Norcio.V. Pastore, R. Piccione, P Serra
Gorizia

Nell’ultimo libro di G. Jervis e e G. Corbellini e nelle interviste su alcuni quotidiani che promuovono l’uscita del libro, si esprimono giudizi severi sul movimento antistituzionale italiano e sulla riforma psichiatrica del 1978. Tali critiche da parte di Jervis non sono nuove, ma la loro ripresa appare in sintonia con l’attuale revisionismo contro il movimento del ‘68 e contro l’epoca delle riforme. D’altra parte Jervis si trova spesso in compagnia con idee conservatrici - la sua critica al relativismo scientifico, ad esempio, si allinea in buona parte a quella espressa dal prof. Pera e dal prof. Ratzinger sul relativismo culturale. Non è il caso di entrare nel merito di tali analisi, se non facendo presente come questo orientamento abbia un preciso riferimento al presente, in quanto cerca di attribuire a quel periodo, certamente contraddittorio e parziale, ma indubbiamente promotore di forti istanze di libertà e di emancipazione, la responsabilità di un influsso nefasto sulla cultura e sui comportamenti delle persone. In un clima sociale di insicurezza, l’attribuzione del disordine e del disagio a istanze di libertà e di giustizia, presenti e passate, è congeniale a un progetto repressivo della società.
Non ci sembra nemmeno il caso di contrastare le pesanti critiche personali rivolte a Franco Basaglia da Jervis. Tali critiche vogliono comprovare la povertà morale del personaggio e affermare di conseguenza il discredito del suo operato. Ognuno ha naturalmente diritto a sostenere le proprie idee e noi non pretendiamo di “santificare” il personaggio-Basaglia, né di reclamarne l’agiografia. Ma poiché Jervis, da quarant’anni ormai, si pone in modo ostile verso Hasaglia, polemizzando pubblicamente con le sue scelte, è difficilmente credibile ogni suo tentativo di collocarsi in una sorta di distaccala neutralità, specie se narra episodi privi di oggcllivi riscontri. Jervis usa la tecnica consumata del gossip: dichiara preliminarmente rispetto per la controparte in modo che le successive velenose critiche, formulate quasi controvoglia, siano avvalorate proprio dalla buona disposizione dell’autore. In ogni caso ogni giudizio sulla vita privata di una persona costituisce sempre una grave caduta di tono e diventa inqualificabile se l’interessato è scomparso e non può più controbattere. A un certo punto sorge anche il legittimo dubbio che le interviste sui giornali o alla radio, i dibattiti su Basaglia, come quello tenuto a Lodi da Jervis sul tema dell”Invidia”, vogliano dar lustro all’autore contrapponendolo a un personaggio celebre e facciano parte di una tecnica pubblicitaria. Dare vita alle polemiche rischia pertanto di fare il gioco di questa strategia… E tuttavia non possiamo non intervenire contestando come falsa l’etichetta di “antipsichiatra”, che Jervis attribuisce a Basaglia. Probabilmente Basaglia non avrebbe speso nemmeno una parola per difendere la sua identità, considerandolo un ozioso dibattito. Ma la questione, per noi, merita una riflessione, perché non è forse del tutto accademica e si inscrive nel tentativo più complesso di liquidare la riforma psichiatrica, attribuendo ogni sua difficoltà non al modo con cui è stata ed è governata, quanto piuttosto a una sorta di peccato originale - l’antipsichiatria - che finalmente potrà essere corretta ed eliminata. Naturalmente per noi essere definiti antipsichiatri non costituisce un’offesa!
I’antipsichiatria nel panorama degli anni ‘60 ha costituito un pensiero positivo, ricco di aspirazioni emancipatrici, ed è servito per squarciare il mondo oppressivo della psichiatria Iradi/ionale. Ma le differenze tra il pensiero anlipsichialrico e il pensiero-azione antistituzionale di Basaglia, la diflerenza fra la deospedalizzazione e la deistituzionalizzazione sono state evidenti fin dall’inizio. Il rifiuto di Basaglia di essere considerato un antipsichiatra è sempre stato categorico e inequivocabile. Gorizia era nata nel ‘61, molto prima del successo dell’antipsichiatria, e i punti di riferimento scientifico-culturali dei due pensieri erano profondamente diversi e soprattutto diversi sarebbero stati i loro sviluppi. Jervis non nega tutto ciò, riconosce il valore di Gorizia (naturalmente nel periodo in cui lui era presente) e afferma che l’involuzione antipsichiatrica di Basaglia avviene successivamente, negli anni ‘70, quando Basaglia si appiattisce sul pensiero di un cattivo maestro - Michel Foucault - e quando considera la malattia mentale solo come una devianza sociale. Per Jervis , Basaglia è sostanzialmente autoritario, dominato dal massimalismo e dalla ideologia, anche se si mostra paradossalmente plagiabile dai suoi collaboratori e asservito alle logiche del partito comunista. Basaglia in quegli anni insegue giochi di potere, è sempre più avulso dalla pratica, specie quella dei servizi territoriali, dove si va affermando invece un sano ritorno alla cllnica tradizionale. L’emblema del fallimento di Basaglia è per Jervis la creazione e la storia di Psichiatria Democratica. ..
Leggendo questa ricostruzione degli avvenimenti si è presi da un senso di sbigottito stupore e viene da chiedersi quale film abbia mai visto Jervis. Poiché il suo film non è certamente quello visto da chi faticosamente lavorava in quegli anni all’interno della psichiatria pubblica.E in efetti Jervis non era più presente, poiché aveva scello di tiirarsi fuori dal sistema sanitario pubblico. Nella sua analisi da l’impressione, a voler essere generosi, di essere rimasto fermo all’inizio degli anni ‘70, quando fa un bilancio negativo sulla possibilità di realizzare a Reggio Emilia una psichiatria alternativa, svuotando il manicomio dall’esterno. In quell’occasione entra in una crisi politica, personale e professionale - come lui stesso dichiara - che lo porterà a scegliere la carriera universitaria. È disorientato dal velleitarismo dei giovani, dalla rigidità delle istituzioni politiche e dei loro apparati e considera l’irrazionalità e l’ideologia dominante profondamente deleterie per il bisogno di cura del malato mentale.
Senza dubbio in quegli anni esisteva un certo rischio di cadere nel velleitarismo, nell’ingenuità, nel sociologismo assistenziale. Ma questo rischio si riduceva significativamente quando l’agire si misurava nella deistituzionalizzazione, a cui Basaglia dava concretezza a Trieste e altri in differenti contesti. In questi casi il lavoro quotidiano rendeva evidente come, smontando l’apparato istituzionale che gestiva l’artefatto-malattia, emergesse la soggettività del paziente, la sua sofferenza individuale e quella derivante dal suo contesto sociale. Questa “scoperta” richiedeva l’aderenza ai bisogni del paziente, imponeva di rispondere alla sua sofferenza, senza mistificazione. Basaglia non ha voluto trasformare, delineando solo i fini e minimizzando i mezzi: per lui era il “come”, l’”oggi”, il “per chi”, era la concretezza della pratica, che dava senso alle parole. L’impeto dell’utopia, la tensione critica si sono sempre misurate in lui responsabilmente con un soggetto, che - come era solito dire - non era un’astrazione (la malattia) quanto piuttosto una persona (il malato). Contrariamente a quanto asserisce Jervis, Basaglia ha applicato il metodo della sospensione del giudizio - l’epoche di Edmund Husserl - secondo cui il cambiamento diventa possibile solo nella interruzione del tempo, nella possibilità che il pensiero pensi con la forza del negativo e dell’impossibile. Basaglia, per liberare la voce della follia, ha imposto il silenzio alla scienza. La malattia mentale è stata messa tra parentesi per consentire, a chi era ritenuto incapace, di poter esprimere i propri bisogni e la propria soggettività. Basaglia non ha voluto giocare con le parole: ha cercato di dar voce al “contenuto trasformato”, secondo il pensiero di Karl Marx. Ha evitato di parlare al posto dei pazienti, di ergersi a paladino dei loro bisogni, interpretandoli, dando loro nuovi contenuti. Mantenendo la disponibilità all’ascolto ha consentito l’emergere di un nuovo modo di relazionarsi e ha permesso di capire ciò che prima era impedito. Erano i pazienti che dovevano esprimersi: loro dovevano diventare i veri protagonisti della cura! La dimostrazione della ragionevolezza di quel pensiero è oggi sotto i nostri occhi: è la straordinaria vitalità dei movimenti degli utenti, dei familiari, l’auto-mutuo-aiuto, il recovery. Si obietterà che alcuni di questi movimenti si sono sviluppati nella cultura anglosassone degli anni ‘80. È vero, ma bisogna considerare che un certo ritardo nel riconoscimento delle esperienze italiane dipende anche dalla egemonia internazionale della letteratura scientifica inglese. E comunque questo nuovo modo di intendere la cura e la malattia - anglosassone o italiano che sia - affonda le sue radici nei movimenti dei diritti civili degli anni ‘60 e ‘70 e ha certamente trovato un riferimento significativo nelle esperienze italiane di deistituzionalizzazione. L’aver intaccato radicalmente l’idea della cronicità e della irrecuperabilità del paziente psichiatrico ha costituito il terreno su cui si è potuta sviluppare l’idea del recovery. La presenza di questo orientamento rappresenta la testimonianza tangibile che è stato giusto mantenere aperte le contraddizioni e non imporre una teoria di ricambio. Ed era questa la prospettiva in cui si sono mosse, in quegli anni ‘70, Trieste e le numerose esperienze che Jervis dimentica di citare - Arezzo, Città di Castello, Ferrara, Genova, Napoli, Parma, Perugia, Porde-none, Torino e certamente anche Reggio Emilia. Dalla loro esperienza e dal ricco apporto delle altre successive esperienze si è venuto definendo il nuovo paradigma della malattia mentale e Distruggendo l’istituzione e sospendendo il discorso scientifico sulla malattia mentale, i nodi del potere e del sapere, in verità, non sono stati sciolti per sempre: sono solo stati allentati. “La distruzione dell’OP, in sé stessa,- diceva infatti Basaglia - non significa nulla. E tuttavia la condizione che può far emergere, finalmente, la questione psichiatrica”. La psichiatria tradizionale si è ritrovata spiazzata: una falla si è aperta nella intersezione tra potere e sapere, tra le pratiche e le teorie. Le conoscenze, i saperi tradizionali però non sono stati rifiutati o gettati via. Nel nuovo contesto liberato i saperi hanno assunto una pregnanza diversa, anch’essi sono stati “liberati”, sono diventati patrimonio di nuovi protagonisti. Le conoscenze tradizionali si sono arricchite, quando si sono confrontate con quelle che scaturivano dalle esperienze di deistituzionalizzazione. Caratteristiche fondanti di tali esperienze sono state, sia la messa in crisi di due fondamentali paradigmi clinici - quello fondato sugli antagonismi e quello basato sul principio problema/soluzione - . che il passaggio dal percepirsi del paziente al suo realizzarsi. Non è stato negato infatti il valore dell’inconscio, né della presa di coscienza del soggetto; è stato valorizzato l’esercizio del potere personale (bene primario della persona), il riconoscimento della contrattualità sociale, la pratica dei diritti di cittadinanza, la costruzione e l’invenzione di fattive possibilità di fruire e di produrre. Prendersi cura del paziente ha significato la progressiva modifica dello statuto sociale dell’utente - da malato a cittadino portatore di sofferenza - e ha prospettato un modo altro di fare terapia. Ha proposto una metodologia innovativa basata sull’invenzione di strategie indirette, sulla messa in opera progressiva della rinuncia a ogni soluzione ottimale, sulla convivenza con contraddizioni logiche e pratiche, sulla capacità di mettere a frutto la propria competenza del residuo, producendo un’esperienza cognitiva sulla produttività della incertezza, delle contraddizioni, del non equilibrio. In sostanza considerare tutto ciò antipsichiatria e definire Basaglia un antipsichiatra costituisce una forzatura ingenua e faziosa. Il pensiero di Basaglia deve essere ricondotto piuttosto all’interno di una più vasta analisi epistemologia, che interessa le scienze umane, ed è parte di una più generale rivoluzione simbolica del pensiero.
Dal successo delle esperienze di rovesciamento istituzionale, dal successo della esperienza di Trieste, che ha chiuso il manicomio e ha costruito una rete di servizi sul territorio, è nato quell’ampio consenso di cittadini e di tecnici che ha reso possibile la promulgazione della legge di riforma. È logico che le leggi vengano presentate al parlamento dai politici - in questo caso da Bruno Orsini - e che siano frutto di mediazioni ed è anche risaputo che Basaglia avrebbe preferito altre formulazioni. Ma Basaglia ha fatto propria quella legge e perciò la 180 giustamente è riferibile a lui: esprime il suo realismo, la sua capacità di dare concretezza e solidità ai processi, secondo una strategia di ricerca dell’egemonia nella democrazia. “Non dobbiamo vincere -diceva Basaglia - dobbiamo solo convincere!”
Jervis sorvola sugli autorevoli riconoscimenti nazionali e internazionali nei confronti della legge e del movimento anti-stituzionale, omette di menzionare che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha scelto le esperienze basagliane come suoi centri accreditati, omette di ricordare che la maggior parte dei paesi - e anche quelli di lingua anglosassone - si sono mossi, a partire dagli anni’ 80, nel solco tracciato dall’esperienza italiana. Non cita la ricca letteratura a favore delle esperienze e imputa a Basaglia il rifiuto, per partito preso, di promuovere la formazione degli operatori psichiatrici e di conseguenza gli imputa le difficoltà in cui si trovano oggi gli operatori. Queste critiche ricordano la storia di colui che scambia il proprio dito indice con la luna a cui il dito è invece rivolto. In realtà è proprio il mondo deputato alla formazione - l’Università - che è rimasto chiuso ai cambiamenti. Sono proprio i gestori del potere universitario, anche se con debite eccezioni, che si sono dimostrati incapaci di cogliere la rilevanza dei processi occorsi, che sono rimasti subalterni alla psichiatria americana e che hanno permesso una certa deriva professionale degli operatori psichiatrici. Basaglia avrà avuto certamente dei limiti, avrà commesso degli errori, come ciascun essere umano, ma ha avuto ragione in molte occasioni. L’ha avuta quando ha ritenuto che l’unica strategia possibile per il cambiamento fosse decostruire prima di tutto il manicomio, arrivando alla sua effettiva chiusura, senza fughe in avanti; ha avuto ragione quando con il successo della deistituzionalizzazione avrebbe potuto proporre nuove teorie e invece ha rilanciato l’esigenza di oltrepassare la proposta politica, andando alla socializzazione della questione psichiatrica; ha avuto ragione non anteponendo la sua voce a quella dei pazienti, consentendo la presa della parola da parte di chi ne era sempre stato privato; ha avuto ragione quando nel pieno del successo ha rifiutato di andare all’Università, preferendo con coerenza di rimanere nella trincea del sistema sanitario per affrontare le contraddizioni della pratica. Ma Basaglia ha soprattutto dimostrato che la trasformazione è possibile, quando il pensiero pensa con la forza del negativo e dell’impossibile e si accompagna al coraggio della determinazione e della coerenza. Altri soggetti di fronte alle difficoltà, alle contraddizioni della pratica si sono arresi al pessimismo della ragione; lui invece è andato avanti sorretto dall’ottimismo della volontà.
Nell” intervista a Jervis su Repubblica del 4 settembre si parla de “I miei conti con Basaglia”. Non sappiamo se Jervis abbia finalmente saldato i suoi conti con Basaglia (per la sua salute e per la nostra glielo auguriamo!) Ma noi no! Noi non abbiamo saldato i nostri conti con Basaglia. Franco ci manca e noi continuiamo a pensare a lui, alla sua lucidità, al suo coraggio. E proprio in questo momento difficile noi vogliamo continuare a fare i conti proprio con il suo richiamo ali’ottimismo della volontà, con il suo richiamo all’etica della responsabilità personale, al dover essere per sé, per meglio essere e per fare per gli altri.

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