Maria Serena Palieri, Quella radiazione bellissima e dolorosa

da L’UNITA’
«Quella radiazione bellissima e dolorosa»

Nel quarantennale della radiazione dal Pci di «quelli del manifesto » - i primi furono Aldo Natoli, Luigi Pintor e Rossana Rossanda, membri del Comitato Centrale, nei mesi a seguire sarebbe stata la volta degli altri - il manifesto torna alle sue stesse origini. E, domani, esce in edicola con un inserto - bello, denso ricco, sincero - che ricostruisce quella vicenda: l’uscita, a giugno 1969, del primo numero di un mensile che criticava «da sinistra» il capitalismo,ma anche il «socialismo reale »; il processo per frazionismo, approdato nella fatidica riunione del Comitato centrale del 25 e26 novembre(svista veniale, scrivonoche avvenne il 24); la fine della rivista a dicembre 1970 e la nascita del «quotidiano comunista». Che, 38 anni dopo, è ancora qui con noi. Sull’inserto riappaiono molte di quelle firme storiche: Rossanda, Parlato, Maone, Rieser. E Luciana Castellina.

Alla quale chiediamo: riprendendo la vostra vicenda in mano quattro decenni dopo, per confezionarla in sedici pagine, quali sono gli snodi che vi sono apparsi significativi?

«Credo che dall’inserto venga fuori che questa vicenda aveva radici in tutti gli anni Sessanta, nonfuun raptus, né da un parte né dall’altra. All’XI congresso del Pci il dibattito tra le posizioni di Amendola da un lato, Ingrao dall’altro, era già diventato esplicito.Efu da lì che nacque la rivista, anche se il nostro punto di riferimento, Pietro Ingrao, non ci seguì nell’avventura e, anzi, votò poi a favore della nostra radiazione. In ballo c’era il giudizio sulla fase che attraversava la società italiana: era una società arretrata,con le contraddizioni di un’Italia arcaica? Oppure, come dicevamo noi, le contraddizioni del capitalismo maturo già si intrecciavano con quelle arretratezze? Daqui scaturiva il nostro rapporto col movimento del Sessantotto. Perchè i movimenti hanno spesso antenne confuse, ma percepiscono i problemi nuovi. E poi c’era il giudizio sulle società del cosiddetto socialismo reale. L’invasione di Praga era avvenuta un anno prima e, all’epoca, il giudizio del Pci, riassunto nella formula “un grave errore”, ci aveva in parte soddisfatto.Maun anno dopo ci sembrava che il Pci non avesse tirato le necessarie conseguenze. E ora puoi chiedermi: abbiamo fatto beneo male? Noi siamo tutti convinti, oggi, che Enrico Berlinguer non avrebbe voluto radiarci. Ma che nel partito prevalse la preoccupazione che, accettati noi e la nostra rivista, la questione dilagasse».

«ilmanifesto»- rivista, poi quotidianoe gruppo politico - non fu insomma uno dei cento fiori di una stagione movimentista. Nacque «dentro» il Pci. In effetti nella sinistra extraparlamentare eravate percepiti come un unicum…
«Noi in realtà volevamo fare solo una rivista,ma fummo presi per i capelli e chiamati a fare un’organizzazione, perché c’era un pezzo di movimento che ce lo chiedeva. C’erano tanti giovani che non volevano essere solo lettori passivi. Né noi volevamo essere solo degli intellettuali. Eravamo anche un po’ impopolari, perché venivamodal Pci enoneravamo anticomunisti. Avevamo fortissima la cultura del Pci dentro di noi. Per esempio sula questione dei delegati, nelle fabbriche, eravamo in polemica sia col sindacato che con l’assemblearismo.E allora dicevano che gli operai del manifesto, poi del Pdup, “parlavano francese”… C’era, nel manifesto, il nostro gruppo che aveva già quarant’anni suonati e c’erano i più giovani che venivano dal Sessantotto. Fu un incontro anomalo, positivo».

La vostra dev’essere stata un’esperienza singolarissima. Eravate gente di apparato, dentro un partito di massa. E vi siete ritrovati «fuori», detentori solo di uno strumento immateriale: una rivista. Fu come passare dallo stato liquido allo stato gassoso?

«Io la radiazionemela ricordo dolorosissima, come se mi avessero buttato giù dalla finestra. Nessuno di noi voleva uscire dal Pci. Intendiamoci, fu una radiazione bellissima. Ve la sognereste, voi, una radiazione così bella, mi è capitato di dire a dei compagni incorsi in questi anni in vicende analoghe. Noi fummo presi sul serio: documenti, discussioni nelle sezioni, un Comitato centrale. Meglio una radiazione così che restare dentro un partito dove, sei fuori o dentro, non gliene importa niente a nessuno. In realtà dopo il ‘66 la corrente ingraiana era già stata emarginata, io ero stata mandata alla presidenza dell’Udi, Rossanda alla Camera, Magri se n’era andato da Botteghe Oscure. Ma noi non pensavamo ci fosse vita politica fuori dal partito. Il dopo fu durissimo, c’era l’ostracismo, sull’Unità apparve un titolo: “Chi li paga?”. Dovevamo cercare agibilità in spazi strani, un tendone del circo Medrano, un collegio fiorentino gestito dagesuiti di sinistra. L’incontro col ‘68 ci ha salvato».

Radiati dal Pci come vivevate?

«Alcuni erano parlamentari, Pintor, Rossanda, Milani…, e davano al gruppo quanto prima versavano al partito. La rivista si faceva a casa di Magri e Maone. Vivevamo con niente».

Vedi analogie tra la vicenda del «manifesto » e quella di un giornale, «Il fatto quotidiano», che oggi coagula un dissenso al governo diffuso e dipietrista?

«No, oggi avviene tutto sulla notizia. All’epoca invece c’era ungrande movimento di lotta. Se riprendi la rivista, vedi che è fatta all’80% per cento di inchieste sulle fabbriche. Io ho passato la vita alla Fiat, Valentino Parlato alla Pirelli e alla Rhodiatoce. Tant’è che quando facemmo il quotidiano dicemmo che rappresentava un momento di crescita del movimento».

Eri entrata nel Pci diciottenne. Gli avevi regalato la vita, ne sei stata radiata. Di quel partito rimpiangi qualcosa?

«Tutto. Anche la radiazione che, come ho detto, fu bellissima. Tant’è che poi noi del Pdup ci siamo rientrati. Nel 1984 Berlinguer compì uno dei suoi ultimi gesti politici, in marzo, tre mesi prima della morte, venendo al nostro congresso. Si sedette in prima fila e ascoltò la relazione di Lucio Magri. Poi ci chiese: “Perché ora nonrientrate?”. Lo facemmo a fine anno, dopo un congresso di scioglimento del Pdup. Segretario era Natta. Che disse una cosa bellissima: “Qualche volta le rotture sono utili, perché portano avanti il dibattito”. Non era mai avvenuto nella storia diun partito comunista al mondo che un gruppo eretico venisse riammesso. E non con la procedura che si riserva a dei pentiti, ma reintroducendoci ai massimi livelli. Di quel partito, io, rimpiango tutto ».


Milania approfondimenti, Il dilemma della società trasparente


E’ fuor di dubbio che la società contemporanea si sia ormai totalmente trasformata in una società “trasparente” per mezzo dell’avvento di tecnologie di rintracciamento universale, dai telefonini a google map. Quando un fenomeno diventa egemone, esso definisce anche una dimensione valoriale universalmente ritenuta positiva. Ovviamente, questo è accaduto anche per la “trasparenza” che viene oggi considerata un valore imprescindibile, sia nelle dimensioni pubbliche (pensiamo all’esigenza che la politica sia una “casa di vetro”) che in quelle private (pensiamo alla brutale sincerità con cui le nuove generazioni affrontano le relazioni sociali, rendendo così molto fragili i legami, a cominciare da quello matrimoniale). Chi cerca di opporsi a questa tendenza, richiamandosi anche a legittime esigenze come quelle tutelate dal diritto alla privacy, va inevitabilmente incontro ad una sconfitta: la società trasparente non contempla macchie “opache”, seppur nobilitate da legittime motivazioni.

Il problema della società trasparente in cui viviamo, però, è che non ci siamo ancora liberati dal discredito morale che la società precedente attribuiva a quei comportamenti che oggi la “società trasparente” impone di rendere visibili a tutti. E proprio questa difficoltà nel liberarsi dal giudizio morale che ci fa oggi percepire la “società trasparente” come  l’inizio di una totalitaria “società dell’orrore”. Non possono essere definiti in altra maniera, infatti, i piccoli e grandi fatti che si compiono in nome della “società trasparente”: dall’obbligo imposto ai personaggi pubblici di sottoporsi alle tante “macchine della verità” (l’ultima è il test del capello) alle melmose vicende (culminate in omicidi putiniani) collegate agli scandali sessuali.

Insomma, la società trasparente può essere tollerabile solo se si compie fino in fondo lo sforzo di indifferenza valoriale rispetto ai comportamenti. Cercate di capir bene: non sostengo che drogarsi o andare con i trans sia “bene” (cioè, in sostanza, “normale”), bensì dico che si tratta di fatti verso cui non occorre rivolgere un giudizio etico che si aggiunga a quello insito nelle norme di legge (permesso o vietato) e nei meccanismi di funzionamento sociale (ad esempio, il candidato drogato o frequentatore di trans verrà apprezzato solo da coloro che si sentono ben rappresentati da questi comportamenti).

In definitiva, bisognerebbe essere maggiormente consapevoli della necessità di compiere un salto culturale che ci renda pronti per vivere nella società trasparente che la tecnoscienza ha creato, altrimenti ciò che ci pare “progresso” diverrà ben presto sinonimo di “inferno”. Non c’è altra strada: purtroppo, indietro nel tempo non si torna.


Milania, 23 novembre 2009

Margherita Drago, Le nostre storie sono i nostri orti ( per gli ottanta anni di M.Pannella)

Marco Pannella con Stefano Rolando :

“Le nostre storie sono i nostri orti (ma anche i nostri ghetti)”

Un bel libro su sessant’anni di vita politica italiana edito da Bompiani

Stefano Rolando risponde ad alcune domande sul come e il perché di questo libro

Margherita Drago

(Rivista italiana di comunicazione pubblica)

Esce il 25 novembre nelle librerie italiane “Le nostre storie sono i nostri orti” di Marco Pannella con Stefano Rolando, un ampio colloquio sulla “lunga durata” del leader radicale nella vita politica italiana edito da Bompiani, anticipando di qualche mese l’ottantesimo compleanno di Pannella e sistematizzando un’intervista cominciata a maggio nel giorno di conclusione di trent’anni di esperienza di europarlamentare e poi proseguita a Roma in varie    occasioni fino a completare una riflessione che va dalle eredità delle culture politiche liberaldemocratiche del primo dopoguerra all’attuale contesto che i radicali chiamano “la peste italiana”, attraverso note e meno note battaglie su diritti civili, questioni essenziali per i principi democratici e costituzionali, temi legati alla bioetica, alla famiglia, al rapporto tra dinamiche sociali e diritti individuali. Stefano Rolando, professore all’università Iulm a Milano, va dedicando negli ultimi anni una parte importante della sua scrittura ai temi della memoria sul passato prossimo e ai temi dell’identità italiana. E propone alcune analisi di profondità sull’evoluzione della comunicazione politica.

Pannella, un politico scomodo. Anche un intervistato scomodo?

No, per nulla. Vulcanico e amabile. Un po’ restio all’esito editoriale  di questa nostra conversazione a tappe. Ma alla fine mi ha regalato un generoso “malgré moi”.

Che rapporto hai personalmente con la tradizione politica radicale?

La mia è un’altra, ma spesso intersecata. Sono stato da giovane repubblicano e sto tornando al pensiero liberaldemocratico grazie all’impegno che ho assunto presiedendo la Fondazione “Nitti”. In alcuni momenti della vita professionale e istituzionale ho dato un contributo ad alcune giuste ed esemplari cause promosse dai radicali. Soprattutto ho rispetto per la concezione sacra e teatrale che Pannella ha della politica.

Teatrale?

Sì, teatrale. Non il “teatrino” ma l’idea di una rappresentazione sostanzialmente di una cosa tragica. Come la concepivano gli antichi greci.

Un libro per le generazioni delle battaglie sul divorzio e sull’aborto o anche per comunicare ai giovani?

Un libro per tratteggiare cosa c’è dietro una “lunga durata” nella politica italiana che ha visto molte storie interrotte. Non sono state interrotte le storie di Andreotti, di Napolitano, di Pannella. Per fare qualche esempio. Chi si interessa di comunicazione della politica ha qui materia di indagine. Quanto ai pubblici,  va da sé che chi ha un forte ricordo degli anni sessanta e settanta ritrova l’analisi del cambiamento sociale dell’epoca. Chi ha oggi venti o trenta anni (per loro ci sono alcune note di spiegazione a fine testo) ha molti motivi per vedere i nessi che collegano storie, idee, personalità, vicende nell’evoluzione italiana ed europea di tutto il lunghissimo dopoguerra.

Chi è Pannella?

Non lo dico in una battuta, per dare alibi ai cultori dei “bignami” di evitarsi la lettura del colloquio! Però dedico a questa domanda due pagine dell’introduzione.

Cosa ti colpisce di più nella sintesi di una storia politica così ricca e complessa?

Che questo paese non abbia mai dato un incarico istituzionale e rappresentativo a una forza della natura come Pannella. Che, intendiamoci, l’avrebbe probabilmente respinto ma in una idea inclusiva e pluralista del rapporto tra politica e classe dirigente avrebbe  consentito di raccontare un’Italia diversa. Come si è poi visto nel caso delle esperienze istituzionali di Emma Bonino. Che – nelle evidenti diversità tra di loro – è parte della sua famiglia politica. Per Marco il potere è più la parola della poltrona, più la visione che la gestione. Ma non per questo non ha un suo pragmatismo e una “tessitura” continua di rapporti e alleanze.

La memoria televisiva e comunicativa di Pannella ne fa un “uomo contro”. E questo libro?

Lui tiene a raccontarsi non con il dito puntato contro. E per certi versi la sua memoria consente molti recuperi, molte revisioni. Soprattutto quando si tratta di persone diverse, antagoniste, ma con una propria anima, una propria caratura. Resta tuttavia control’evoluzione strutturale di un sistema tra partiti e regole della democrazia in cui credo che la sua protesta sia più “radicale” su temi in cui è difficile dargli torto.

Di chi parla Pannella, quali sono i riferimenti più frequenti?

Tutti coloro che affiorano da oltre trenta ora di colloquio attorno ad una vita politica di sessantacinque anni (si iscrisse a 15 anni, nel 1945, alla gioventù liberale) sono nomi riportati nel libro. Per la piega della conversazione c’è più Croce di Berlusconi, più Pasolini e Sciascia di Bersani e D’Alema.

Pannella sincero?

Più sincero che elusivo. Ma il tipo di dialogo non era fatto per scovare contraddizioni tra cose dette allora e ora. Avevo una montagna di materiali tratti da internet. Li ho trascurati per seguire il filo culturale di un ragionamento in cui il metodo è ciò che la scatola della memoria sollecitata contiene. Chi farà il “librone” su fatti, atti, parole, documenti di una vita politica tutta intera ha qui una chiave interpretativa ma avrà anche la possibilità di confrontare meglio giudizi di ieri e di oggi. Resta comunque, in Pannella, una coerenza sostanziale di visione delle cose che contano.

A proposito di internet, vi è traccia di un libro-intervista che molti anni fa lo stesso editore Bompiani aveva immaginato con addirittura Umberto Eco interrogante e che non ha mai visto la luce. Ne avete parlato?

Pochi cenni. Pannella dice che il testo dovrebbe averlo ancora il curatore redazionale che era Andrea Ketoff. Nessuna polemica. Lui in generale è stato sempre restio a parlare di sé. Mi ha detto che in quel trattamento gli era sembrata marginalizzata la sua opinione della politica, rispetto al protagonismo del suo carattere e della sua personalità. Fu una ragione per non volere la pubblicazione, anche se rispettò e rispetta tuttora l’attenzione che Eco aveva avuto per lui.

Hai detto di “revisione” di giudizi. Puoi fare un esempio?

Non c’è dubbio che la documentazione delle “tribune politiche” di certi anni restituisce Pannella molto polemico con tanti leader del tempo. Per esempio con Andreotti che oggi, alla luce di certi atteggiamenti che lui considera equilibrati assunti nella gestione della politica estera, ha una rivalutazione. Gianfranco Fini fa parte di questa rivisitazione ma con storie che hanno anche lunga data. L’amicizia con Craxi è parte dei suoi ricordi, con un trattamento interessante, chiaroscurale, che riguarda radicali e socialisti. Ma mi fermo, perché la storia dei rapporti con la politica italiana è nel libro a tutto campo.

Di cosa Pannella va più fiero raccontando la sua storia?

Della “famiglia radicale”, direi. Di quel genere di militanza. .

Quali errori lui stesso riconosce nella sua storia?

Detta così, la domanda non tiene conto dei linguaggi di Pannella. Errore è una parola come peccato che Marco non ama molto. L’ho un po’ pressato sugli anni settanta, sui successi maggioritari attorno alle battaglie referendarie non trasformati in forte crescita politica. Sulla vocazione a essere più “protesta” che “governo”. Apriti cielo. Poi su questioni come candidature “sbagliate” , alleanze o  altre cose, risponde a tono, caso per caso.

Di cosa ti rammarichi a libro stampato?

Non so, forse del fatto che siamo tutti e due più allegri rispetto a una certa seriosità a cui un dialogo di quel genere obbliga. Ma di questi tempi, diciamo la verità, è difficile scherzare troppo e trasformare il pensiero in battute.

Alain Elkann, Il bello non ha etichette nè religione

Il bello non ha etichette né religione
di Alain Elkann (La Stampa, 23 novembre 2009)
Caro direttore,
ho letto l’articolo «Noi artisti davanti al Pontefice» pubblicato da La Stampa domenica 22 novembre 2009 a firma Ferdinando Camon. Vorrei dire all’autore che ho trovato nel racconto della cerimonia in certi punti una licenza poetica scherzosa e ironica che faceva assomigliare la solenne giornata di ieri a una sfilata di moda. Io non mi sarei mai permesso di scrivere tali cose data la solennità e la simbologia di tale giornata viste le personalità presenti e la sacralità del luogo prescelto da Benedetto XVI: la Cappella Sistina.
Avrei scritto che ringraziavo Monsignor Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, per aver organizzato con i suoi collaboratori un evento così significativo.
Voglio ringraziare il Santo Padre per aver scelto un luogo così importante, un’icona così unica per coniugare la bellezza - su cui era incentrato il discorso del Pontefice -, la religione, la spiritualità, il talento e la Chiesa, visto che nella medesima Cappella Sistina, come ha ricordato Benedetto XVI con commozione, si tengono i conclavi e proprio lì in quel luogo Lui è stato eletto al Soglio di Pietro.
Devo dire che pareva strano vedere arrivare in quella Cappella così famosa architetti, poeti, pensatori, cantanti, cantautori, registi, romanzieri che si stupivano di vedersi lì laici, cristiani, buddisti, ebrei e musulmani credenti e non credenti ma tutti in attesa del Papa. Tutti curiosi di sapere o di provare a capire con quali criteri il Vaticano avesse scelto proprio loro per presentare il mondo dell’arte e della cultura. Il regista Maselli parlando del Papa e del perché era venuto e del perché aveva accettato quell’invito, ha detto: «Comunque non capita ogni giorno di essere invitato da un Capo di Stato».
A un certo punto ci è stato chiesto in italiano e in inglese di spegnere i nostri cellulari, di stare in silenzio, in raccoglimento ad attendere il Padre. Quel silenzio rispettoso dell’attesa era bello perché metteva tutti ad un livello di parità e di rispetto verso il Papa e il suo atteso discorso, poi quando è arrivato c’è stato un applauso e quando ha finito di parlare ce n’è stato un altro lunghissimo che confermava l’ampio consenso verso le parole del Pontefice ma soprattutto verso quell’iniziativa.
Nell’ultima parte dell’articolo di Camon ho letto, a dir poco con stupore, certi propositi tra l’altro accomunando nomi di persone che conosco bene e che so avere pensieri ben diversi, mi riferisco all’amico Lorenzo Mondo, biografo di Pavese e all’amico Ernesto Ferrero, biografo di Primo Levi. C’era scritto: «Sarebbe bello che gli artisti del mondo si ritrovassero ogni 10 anni qui nella Cappella Sistina, ma due giorni, uno ad ascoltare il Papa e uno a confrontarsi tra loro». Sarebbe meglio se fossero solo artisti cristiani (Mondo corregge di area cristiana).
Non credo che persone quali Zaha Hadid, Arnoldo Foà, Daniel Libeskind (architetto che ha realizzato il Museo dell’Olocausto di Berlino) o altri siano stati invitati lì per caso e se ricordo bene nel discorso il Papa si è rivolto a «Cari e illustri artisti, appartenenti a Paesi, culture e religione diverse, forse anche lontani da esperienze religiose, ma desiderosi di mantenere viva una comunicazione con la Chiesa Cattolica…».
Io credo di essere stato invitato in quella giornata in quanto scrittore di lingua italiana, ebreo che ha sempre lavorato per il dialogo interreligioso. Allora quando si legge «solo artisti cristiani» mi viene un brivido «non piacevole» e mi accorgo con tutto il rispetto che abbiamo interpretato in modo assai diverso una grande giornata alla quale sono grato e orgoglioso di aver partecipato con tanti uomini e donne di talento, tutti accomunati, dovunque fossero seduti, innanzitutto uguali, assolutamente uguali, in quella Cappella Sistina che Michelangelo e altri grandi maestri come Perugino, il Ghirlandaio, il Botticelli hanno saputo elevare a capolavoro assoluto dell’arte e patrimonio comune dell’umanità al di sopra di qualsiasi razza o religione.
Ieri nella Cappella Sistina e poi nei lunghi corridoi e nei saloni di Palazzo Vaticano ho sentito che si respirava un clima di soddisfazione, di consenso. La Chiesa aveva deciso in modo solenne dicendo: noi abbiamo bisogno di voi, di gratificare l’arte e gli artisti e questo dal Papa ai Cardinali ai Vescovi fino alle Guardie Svizzere che battevano i tacchi e facevano il saluto al poeta Conte, al poeta Rondoni, all’architetto Botta, allo scrittore Raffaele La Capria e molti altri.
L’arte in quel sabato 21 novembre in Vaticano ha ritrovato il suo posto e anche il rispetto dovuto. Si capiva bene che tre grandi Pontefici quali Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI in un filo rosso sottile che li univa sentivano che gli artisti nella storia spirituale della Chiesa avevano un ruolo centrale. Del resto l’ispirazione di un artista e la fede sono cose tra loro molto molto vicine.
Ma la vera lezione che ho tratto dalla giornata di ieri nella Cappella Sistina è che il bello non ha etichette perché è soltanto bello.
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Lidia Ravera, Intervista a Gianni Amelio

DA l’unità
Intervista a Gianni Amelio, regista e direttore di Torino Film Fest

Due passioni ha Gianni Amelio: il cinema e i giovani. Per capirlo basta aver visto i suoi film, così palesemente nutriti dalla lezione dei grandi maestri (Roberto Rossellini, Robert Bresson) e così capaci di raccontare ragazzi e bambini, la grazia selvatica degli ultimi, la commovente avventura dei principianti. Basta averlo ascoltato parlare dei suoi protetti, dei suoi allievi (ha insegnato regia al Centro sperimentale di cinematografia fino alla direzione di Alberoni «ci sono dei limiti che si impongono anche al proprio zelo»), del suo figlio adottivo (Luan, oggi bravissimo operatore alla macchina), basta aver visto come gli si illuminano gli occhi, mentre ti racconta quello che ha insegnato e quello che ha imparato, da loro e con loro.
Questa doppia passione fa di Amelio il direttore ideale per il Torino Film Festival, vetrina degli esordi e della «gioventù al lavoro» nel cinema. Infatti, quest’edizione, vinta da La bocca del Lupo di Pietro Marcello, è stata ricca e stimolante. «16 film in concorso, di cui 11 opere prime, 4 opere seconde, e una sola opera terza. 2 italiani, 3 americani. Gli altri 11 tutti di paesi diversi», dice Amelio, con l’orgoglio di chi è andato davvero a cercare. Anche lontano. E poi: fra giovani veri. Quasi tutti gente di 30 anni, non, come spesso accade, quarantacinquenni in cerca di budget, gabellati per ragazzi, ma più vicini agli sconfitti, con la giustificazione, almeno in Italia, di chi vive in un Paese dove i fondi per la cultura sono sempre i primi a essere tagliati. E la sperimentazione viene scoraggiata a calci nel sedere e porte chiuse. «La funzione di un festival è di mostrare quello che, altrimenti, non sarebbe visibile. Di scovare i film più interessanti, e segnalarli, farli conoscere. La bocca del lupo, che è stato giudicato il miglior film, racconta la disperazione, ma anche la felicità degli “ultimi”, senza ideologia, senza compiacenze né compiacimento. Senza paura di usare linguaggi diversi, dal superotto al repertorio, dalla finzione alla ricostruzione, tutto girato negli angiporti di Genova».

L’ho visto. Molto vitale, si sente come un brulicare di esistenze, di sentimenti… nel buio di quei vicoli. Un po’ rosselliniano, direi, nella capacità di far recitare la realtà…
«Di Rossellini Marcello ha sicuramente ereditato la spregiudicatezza, in senso alto. Non ha paura di prendere tutto quello che gli serve per dire quello che vuole dire. Il suo discorso è contaminato per necessità interna non per furbizia. Potrebbe essere confinato nella categoria dei documentari, ma io l’ho abolita quella parola».

E con che parola l’hai sostituita?
«Cinema. Non c’è cinema di finzione bello che non sia anche un documentario sugli attori. Il documentario è nel dna di qualunque autore… La vecchia storia sulle origini del cinema secondo cui: Lumière uguale documentario, Méliès uguale finzione, non ha più senso. I due ruoli si possono/devono mescolare. Invece c’è il luogo comune. I registi di documentari sarebbero registi di serie B, perché per il documentario quello che conta è l’operatore. Ma non è vero. La macchina da presa è uno strumento: qualunque ripresa è un’ invenzione. L’obbiettività non esiste»

In molti film, qui al festival, la storia è intrecciata con una sorta di accanimento realista. In «Pusher» del danese Nicolas Winding Refn, per esempio, alla storia un po’ tarantiniana si accoppia una dettagliatissima descrizione della vita quotidiana di un giovane spacciatore, la sua cultura, i suoi desideri, le sue relazioni. In «Guy and Madeline on a park bench» - premio speciale della giuria - tocca a due ragazzi che si muovono per le strade di Boston, lui suona la tromba, lei cerca un lavoro e si mettono insieme, poi si separano…
«…e ciascuno va per la sua strada. Trent’anni fa avrebbero stretto un sodalizio, invece si sfiorano appena. Sembrano muoversi in una bolla di solitudine». Questi piccoli film pieni di grazia documentano un precariato totale: economico, esistenziale, affettivo… «Anche artistico. La macchina del cinema non è estranea alla crisi. Un autore di 30 anni sa che alcune porte produttive non si apriranno mai. Deve regolarsi di conseguenza. Produzioni indipendenti, autoproduzioni, pochi mezzi»

Era diverso 40 anni fa, quando hai esordito tu con «La fine del gioco»?
«Certo. Era prodotto dalla Rai. Anche se ero giovane, sconosciuto e lavoravo con una libertà estrema. Magari si andava in onda alle 11 di sera. Ma lì, su uno dei due canali della tv di stato. Non è più così. L’altro film-maker italiano, trentaduenne, Gioberto Pignatelli: si è iscritto al centro sperimentale e l’hanno buttato fuori dopo 3 mesi, cominciano in 12 e continuano in sei. Una selezione che raramente è sul merito. Ha fatto un film strano, molto letterario. Ha preso due pagine de La Storia di Elsa Morante e le ha scritte. Sulla pelle, sulle braccia dei personaggi. Non c’è quasi dialogo. C’è Pasolini, c’è Genet, il primo Greenaway. C’è un debito verso Straub, che mette due persone con una tunica in un uliveto e fa dire loro quello che devono dire, perché ciò che conta è il testo, non il con-testo».

Hanno cultura cinematografica, questi giovani? Tutti pazzi per Godard?
«Non lo so. Pietro Marcello non parla mai di cinema». Voi, la generazione formata sui «Cahiers du cinéma», lo facevate in continuazione, ossessivamente «Loro no, però diventano matti se la proiezione è un po’ più scura o una certa ombra non risulta nitida come dovrebbe. Cercano. Sono dei ricercatori. Molto liberi».

Anche dalla cinefilia e dai suoi rituali. Però li ho visti, i giovani, affollare le due bellissime retrospettive curate da Emanuela Martini, Nagisa Oshima e Nicholas Ray.
«Mi hanno dato del matto per aver scelto un regista morto e uno moribondo, per le due retrospettive. In genere si fanno questi omaggi per attirare qualche autore-star che poi verrà a prendersi gli applausi. Io ho preferito proporre due eterni giovani. Due che facevano cinema con grande libertà. Quando Ray incomincia a usare il cinemascope, che era stato appena introdotto, tutti i suoi colleghi erano paralizzati. Quello schermo troppo grande troppo ornamentale… Ray ne fa un uso spregiudicato, capisce che da mezzo tecnico, può diventare mezzo linguistico. Non si fa spaventare. Oshima usava già la macchina a spalla prima che diventasse consueta. Ray è stato padre a Oshima e Oshima al cinema di oggi…».

Ecco, adesso gli brillano gli occhi, come quando parla dei suoi innumerevoli figli ideali. Non lo interrompo, anche se per scrivere tutto quello che ha detto dovrei fare una seconda puntata. Fuori, nelle file ordinate all’ingresso delle sale, ho visto passare centinaia di persone che volevano vedere i film. Rispecchiarsi. Capire. Raccontarsi e vedersi raccontati. Non ci sono stati tappeti rossi. Niente galà, nessun politico. Non servono. E nessuno ne sente la mancanza.

22 novembre 2009

Peppe Giudice, Io e Riccardo Lombardi

CIRCOLO ROSSELLI
Io e Riccardo Lombardi

Quando gli chiesero: “che cosa lei ha imparato dalla vita?” Riccardo Lombardi rispose: “ad essere onesto!” Ed in questa frase è racchiusa l’essenza di quest’uomo, molto lontano dai canoni tipici del politico italiano. Lombardi era veramente onesto, moralmente, intellettualmente, nel suo profondo rigore politico ed intellettuale, nel suo costante anticonformismo ed antidogmatismo. Un rigore mai ostentato ad atteggiamento di “diversità” o superiorità morale ed antropologica inteso come tratto distintivo di un partito. Egli diceva sempre che i partiti sono solo degli strumenti per realizzare degli ideali o dei progetti politici: sono importanti, ma non sono l’assoluto.
Una onestà che gli ha portato sempre ad avere ragione nei momenti salienti della storia della sinistra e del PSI. Ebbe ragione nel 1948 quando si oppose, con Fernando Santi e Vittorio Foa, al Fronte Popolare voluto da Nenni e Morandi, ed alla accettazione del PSI dello stalinismo e del mito dell’URSS.
Ebbe ragione, nel 1956, contro Togliatti (di cui forse è stato il critico più radicale), quando definì una Rivoluzione l’insurrezione degli operai e studenti di Budapest, in nome del socialismo e della democrazia, contro il comunismo al potere, insurrezione repressa dalle truppe sovietiche. Lo stesso Nenni potè rompere con la politica frontista (che sacrificava l’autonomia socialista) e schierarsi con gli operai ungheresi contro l’URSS (e contro Togliatti), anche per il prezioso lavoro di riflessione teorica compiuto da Lombardi che costruiva su solide fondamenta culturali il concetto di autonomia socialista nella sinistra. Autonomia che Lombardi non concepiva come contrapposizione frontale rispetto al PCI, ma come elemento di distinzione prezioso in quanto elemento dialettico imprescindibile per una evoluzione complessiva dell’intera sinistra che doveva, tutta intera, emanciparsi dalla sudditanza rispetto all’URSS. Di qui il termine a-comunista con il quale Lombardi definiva l’essenza del PSI: una dialettica dei distinti e non degli opposti nella sinistra. C’è da aggiungere che ne Nenni, né lo stesso Saragat si sono mai definiti anti-comunisti. Quest’ultimo ha sempre detto: non sarò mai anticomunista, resterò sempre socialista. Questo per far capire che cosa è stata realmente la storia socialista ai tanti post-craxiani ignorantelli.
Ebbe di nuovo ragione Riccardo quando concepì la prima politica di centro-sinistra. Capì che nel mondo cattolico, dopo l’inizio della distensione EST-Ovest, stava crescendo una sinistra interna favorevole ad un ampio disegno riformatore, dopo il conservatorismo centrista.
Quella intuizione di Lombardi aprì in effetti la stagione riformatrice più importante dell’Italia repubblicana. Nazionalizzazione delle fonti energetiche, statuto dei lavoratori, sistema pensionistico a ripartizione, scuola media unica, politica di programmazione. Molte di queste azioni riformatrici furono poi contraddette paradossalmente dal centro-sinistra di Prodi e D’Alema nella II Repubblica.
Ebbe infine ragione quando contestò l’involuzione della politica di centro-sinistra e fondò la nuova Sinistra Socialista dopo la sciagurata scissione del PSIUP. Quando la DC si oppose alla riforma urbanistica fortemente voluta da Lombardi e dai socialisti (ma anche da Fanfani e la sinistra DC) e Fanfani fu sostituto da Moro alla guida del governo, egli comprese che si voleva iniziare a snaturare il significato originario della politica di centro-sinistra e passò all’opposizione nel partito. C’è da dire (e lo ripeto) che per quanto il primo centro-sinistra fu una politica dimezzata, essa ha realizzato riforme rimaste ineguagliate in tutta la storia repubblicana.
Lombardi di iniziale matrice cattolica aveva poi militato nel Partito Socialista Unitario di Turati e Treves e quindi aderito a Giustizia e Libertà di Carlo Rosselli e fu tra i fondatori del Partito D’Azione (che poi confluì in larga parte nel PSI).
Qui voglio mettere una nota più personale che riguarda un po’ la storia della mia famiglia.
Io ho avuto entrambi i nonni (quello paterno e quello materno) socialisti.
Mio padre e mia madre provengono da due piccoli paesini (fra di essi distanti 7 Km) a poco più di trenta chilometri da Potenza, nel cuore della Lucania.
Mio nonno paterno dopo aver combattuto l’ultimo anno della I guerra mondiale, restò a lavorare (era operaio muratore) nel trentino dove si iniziava la ricostruzione. Lì entrò in contatto con operai di fede socialista e partecipò ad un comizio di Matteotti a Rovereto (questo fatto me lo raccontava sempre con grande orgoglio).
Tornato al paese iniziò a parlare di queste idee nuove ai compaesani che lo soprannominavano “il polentone” (perché essi ritenevano che gli ideali socialisti fossero roba da “polentoni”).
Mio nonno materno aveva due fratelli, più giovani di lui, irriducibili antifascisti. Con notevoli sacrifici si erano laureati (uno in lettere e l’altro in matematica) ma non potettero lavorare perché rifiutarono sempre di prendere la tessera fascista (e nel profondo sud era molto difficile essere antifascisti) e dovettero limitarsi a fare lezioni private, il più giovane a Potenza e l’altro a Salerno dove si trasferirono dal loro paesino.
In Lucania c’erano diversi confinati politici antifascisti. I più noti sono stati Carlo Levi e Manlio Rossi Doria, entrambi del Partito D’Azione. A costoro facevano capo molti antifascisti lucani.
Per cui gli zii di mia madre si avvicinarono al P. Daz.
Il più giovane degli zii (professore di lettere che stava a Potenza) andò in guerra in Montenegro e dopo l’armistizio il suo battaglione si unì ai partigiani comunisti di Tito contro i tedeschi. Mio zio fu ferito gravemente ed il governo iugoslavo successivamente gli conferì la medaglia di bronzo.
Tornato in Italia trascinò mio nonno (che era sempre stato di idee antifasciste ma non poteva manifestarle perché doveva mantenere ben otto figli) nel Partito D’Azione e sia lui che mio nonno furono nominati nel CLN lucano.
Mio nonno e suo fratello conobbero quindi bene Riccardo Lombardi già nel 1946 quando egli fu nominato segretario nazionale del Partito D’Azione e lo seguirono quando decise (insieme a Foa, De Martino, Brodolini, Vittorelli e tanti altri) di confluire nel PSI nel 1947.
Era il periodo dell’occupazione delle terre nel sud. In Lucania la gente era affamata con una grande quantità di terra incolta ed abbandonata dai latifondisti.
I paesi di origine dei miei genitori sono vicini a Tricarico, il paese dove un giovane poeta e sindaco socialista, Rocco Scotellaro guidava la lotta per la terra. Entrambi i miei nonni divennero suoi sostenitori.
Finito quel periodo, mio nonno materno si trasferì con tutti i figli a Potenza, divenendo funzionario della Federazione Socialista, dove per molti anni fu segretario amministrativo.
Mio nonno era seguace di Lelio Basso, altro grande straordinario intellettuale e dirigente socialista, dopo la scissione del PSIUP, egli aderì quindi alla nuova sinistra socialista promossa per l’appunto da Lombardi, Fernando Santi ed Antonio Giolitti.
Per lui fu bello ritrovarsi con Riccardo, per la comune radici azionista e la lontana frequentazione. Ricordo (anche se ero molto piccolo) che quando pronunciava il nome di Lombardi lo faceva con grandissimo rispetto e deferenza, per le altissime qualità morali ed intellettuali di quel dirigente eterodosso del PSI e della sinistra.
Questo rispetto per la figura di Lombardi lo imparai fin da bambino.
Più tardi, nel 1972, a 16 anni mi avvicinai al gruppo del Manifesto. Ma quell’aria da sagrestia PCI molto togliattiana portata soprattutto da Magri (Pintor era più creativo) non mi piaceva a pelle (anche se allora non ne capivo un gran che) e mi iniziarono ad interessare seriamente le posizioni dell’allora nato Pdup di Vittorio Foa e Silvano Miniati. I miei zii parlavano molto bene di Vittorio Foa che è sempre stato molto legato a Riccardo Lombardi in virtù della stessa matrice di socialisti in Giustizia e Libertà.
Ma quando Foa e Miniati decisero di unificarsi con il Manifesto (in realtà l’unificazione durò poco più di due anni. Foa e Magri erano all’opposto) mi iscrissi alla FGSI (con grande gioia dei miei zii) che allora era sulle posizioni di Riccardo Lombardi. Era il 1974 (poco prima del referendum sul divorzio).
Poi negli anni 80 prese quella piega che sappiamo e che lo portò alla disfatta.
Ma rimasi fino alla fine nel Psi, anche se alla fine degli anni 80 il partito non lo riconoscevo più. Come non lo riconoscevano molti militanti socialisti. In verità a sinistra mancò una valida alternativa alla politica craxiana. Il PCI dopo Berlinguer non fu capace di elaborare proposte convincenti. Giocò di rimessa nella speranza che si incrinasse il rapporto DC-PSI (D’Alema e Veltroni, già pensavano di dover sostituire il PSI nel rapporto con la DC).
La sinistra socialista dopo la morte di Lombardi di trasformò in “sinistra ferroviaria” sotto la guida levantina di Claudio Signorile e fece l’opposizione di sua maestà a Craxi. L’unica vera opposizione nel PSI fu quella del “craxiano di sinistra” (peraltro molto lontano da Lombardi) Rino Formica.
Tirando le somme, io credo che se il PSI e l’intera sinistra italiana avessero dato retta di più a Lombardi, le cose sarebbero andate diversamente.
Ma Lombardi era un personaggio scomodo per il PSI e per il PCI. Perché era uno che non amava i tatticismi fini a se stessi, il politicismo becero, i conformismi e le distorsioni della propaganda, il dogmatismo ideologico. Era un eterodosso nella politica e nella ideologia.
Nella sua visione confluiscono e si integrano perfettamente la concezione riformatrice e libertaria del socialismo di Rosselli, l’idea della transizione democratica al socialismo dell’Austro-Marxismo (Otto Bauer e Rudolf Hilferding), le suggestioni radicali e libertarie di Rosa Luxemburg, il pensiero economico della scuola post-keynesiana di Cambridge (Joan Robinson, Nicholas Kaldor) di cui era attento studioso, la critica socialista al comunismo realizzato del gruppo francese “Socialismo ou Barbarie” diretto da quello che è stato forse il più grande filosofo della politica della II metà del 900: Cornelius Castoriadis.
La sua lettura di Marx era totalmente fuori da schemi rigidi. Egli rifiutava apertamente l’influenza hegeliana su Marx. Diceva spesso che bisognava liberare l’enorme potenziale critico del pensiero di Marx dalle maglie della dialettica e della filosofia della storia deterministica di Hegel.
Non a caso gli piacevano i Grundrisse : quei frammenti da cui viene fuori un Marx inesplorato che Lombardi interpretava liberamente. In particolare gli piaceva l’intuizione lì contenuta della non-neutralità del progresso tecnologico; Riccardo diceva sempre che “non esistono catene di montaggio socialiste”. Diceva che l’anima di Marx è la critica all’economia politica e critica all’ideologia che può essere utilizzata per criticare il marxismo stesso.
Ora, uno che ragiona in tal modo è mal visto da chi ha una visione clericale dell’ideologia, dai sacerdoti immutabili dell’ortodossia. Lombardi criticava apertamente il concetto di “democrazia progressiva” di Togliatti. Lo riteneva una variante occidentale del concetto di “democrazia popolare” dell’est europeo. Lo criticava perché impediva l’emergere di un pluralismo reale e libero nella società che veniva soffocata dall’azione totalizzante dei partito o del partito egemone. Ragion per cui criticò il compromesso storico. Lombardi era convinto che i partiti dovessero avere un ruolo essenziale nella democrazia ma non essere i titolari esclusivi dell’azione politica. Pensava che i movimenti fossero essenziale per una democrazia aperta in grado di esercitare un ruolo di rinnovamento della politica e dei partiti.
Ma Lombardi non era sopportato da un grosso pezzo del suo stesso partito. Mio zio mi diceva che spesso lo chiamavano “l’uccello del malaugurio” per le sue analisi che mettevano in evidenza delle criticità che un certo ottimismo di maniera non era in grado di vedere.
Ma soprattutto era odiato, nel PSI, da quello che Nenni chiamava “il partito degli assessori” , il ventre molle governista del PSI e la vera ragione della sua disfatta, dato che esso condizionò notevolmente lo stesso Craxi nonostante il suo bonapartismo.
Non è un caso che Riccardo fosse amato più all’estero che in Italia. Soprattutto in Francia dove si formò una scuola di sua diretta derivazione. Basti pensare a grandi intellettuali della sinistra e del socialismo francese come Martinet o Gorz; o alla collaborazione di Lombardi con la stessa rivista “Socialisme ou Barbarie”. Ma era amato anche dalla sinistra laburista inglese e dagli Jusos tedeschi (i giovani socialisti della SPD).
Ma Lombardi è straordinariamente attuale. Il più attuale di tutti i leader storici della sinistra, sia socialisti che comunisti.
Aveva lucidamente previsto la crisi della socialdemocrazia tradizionale già negli anni 70. Aveva sempre detto che il comunismo realizzato non era affatto socialismo ma un capitalismo di stato fondato sul potere incondizionato di una borghesia burocratica.
Il crollo del comunismo e il venir fuori dei limiti della socialdemocrazia, gli danno pienamente ragione.
Ma c’è un altro elemento di grandissima lucidità e preveggenza nel suo pensiero. La capacità di concepire, già agli inizi degli anni 70, le ragioni della crisi ecologica, dell’impossibilità di protrarre ritmi di crescita costante come quelli degli anni 50 e 60. Per cui il socialismo non si poteva certo fondare come diceva la ingenua volgarizzazione del marxismo, sullo sviluppo illimitato delle forze produttive. Il socialismo, al contrario, esigeva un diverso modo di produrre e di consumare: “i socialisti vogliono una società più ricca, perché diversamente ricca” diceva.
L’idea del socialismo del XXI secolo non può prescindere da tutte le grandi riflessioni fatte da Lombardi sulla democrazia, su socialismo e libertà, sui limiti dello sviluppo.
Nencini lasciamolo al suo destino. Lui non ha interesse a ricostruire al sinistra ma solo ad avere qualche strapuntino dal PD. Ma nella ricostruzione della sinistra i socialisti devono starci e starci bene. I socialisti come li intendo io non sono un ceto politico (che Lombardi non sopportava) da riciclare, ma passione, idee e militanza che come dimostra la storia di un gigante come Riccardo, sono indispensabili alla sinistra. A meno che qualche pazzo non voglia dare la titolarità della sinistra italiana ad una mediocre clonazione politica mal riuscita, come Ferrero. Proprio questo non lo meritiamo.

PEPPE GIUDICE

Anna Maria Merlo, Albert Camus al Pantheon?

MANIFESTO BLOG
Dal roquefort alla fusée Ariane, notizie da Parigi a cura di Anna Maria Merlo

  • E’ l’ultima idea di Nicolas Sarkozy, che, appena enunciata (a Bruxelles, ieri sera, ai margini del consiglio europeo), ha subito sollevato perplessità e polemiche. Sarkozy vuole lasciare il segno portando le ceneri di Albert Camus al Panthéon. E, come al solito, ha fretta: il 4 gennaio cade il cinquantesimo anniversario della morte, avvenuta in un incidente d’auto, vicino a Fontainebleau (guidava Michel Gallimard), quando lo scrittore aveva 47 anni. Niente è ancora certo, è stato costretto a precisare Sarkozy , che deve ancora ottenere l’assenso della famiglia (probabilmente più facile da parte della figlia Catherine Camus, più difficile da parte del figlio). Ma Sarkozy proclama che Camus al Panthéon è “una scelta particolarmente pertinente”, un “simbolo straordinario”. I presidenti francesi amano accompagnare personalità al Panthéon. François Mitterrand lo aveva fatto sei volte, Jacques Chircac aveva pantheonizzato André Malraux nel ‘96 e Alexandre Dumas nel 2002.
  • Perché Sarkozy ha scelto l’autore dello Straniero? Ci doveva pensare da tempo, visto che due anni fa in occasone di un viaggio in Algeria si era recato sulla spiaggia di Tipaza, teatro dell’avvenimento centrale del romanzo. Più prosaicamente, c’è chi maligna che la scelta è caduta su Camus perché adesso cade un anniversario importante. Si tratta anche di una scelta strategica: Camus, premio Nobel della letteratura (’57), resistente, mai compromesso con i totalitarismi, simboleggia l’unione tra le due sponde del Mediterraneo. Simbolo che fa comodo a Sarkozy, in un momento di svolta repressiva della politica dell’immigrazione.
  • Molti specialisti di Camus sono contrari. Ha fatto conoscere la sua opposizione Olivier Todd, autore di una biografia dello scrittore. Jean-Yves Guérin, curatore del Dictionnaire Albert Camus, precisa: il recupero di Camus da parte di Sarkozy è idiota e scandaloso. La politica di Sarkozy è anti-camusiana al massimo, dallo scudo fiscale agli amici invitati al Fouquet’s, passando per la frequentazione di tutti i tiranni della terra. Camus, che ha solo una volta fatto riferimento al suo voto per Mendès-France, non amava frequentare gli uomini politici, che considerava senza ideali né grandezza. Combat non ha mai ospitato loro tribune e Camus ha rifiutato di pranzare all’Eliseo con De Gaulle. Pensate che ci sarebbe andato per incontrare Nicolas Sarkozy?”.
di Anna Maria

Barbara Spinelli, Chi vogliamo essere

Chi vogliamo essere
di BARBARA SPINELLI (La Stampa, 22/11/2009)
Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? La domanda, antica, può produrre pensiero profondo oppure ottusità, veggenza oppure cieco affanno.
Ci sono momenti della storia in cui la domanda secerne veleni, chiusura all’altro. Uno di questi momenti fu la vigilia delle prima guerra mondiale: nella Montagna incantata, Thomas Mann parla di Tempi nervosi. Anche oggi è uno di questi momenti. La fabbricazione di un’identità con ferree e univoche radici è piena di zelo in Francia, Inghilterra, e nervosamente, astiosamente, in Italia. In Italia un partito xenofobo è al governo e addirittura promette «Natali bianchi», liberati dagli immigrati che saranno scacciati parola del sindaco di Coccaglio, presso Brescia profittando dei permessi di soggiorno in scadenza. Come in certi film tedeschi (Heimat, Il Nastro bianco) è un villaggio-microcosmo che genera mostri. Genera anche irrazionalità, come ha spiegato un medico del lavoro di Bologna, Vito Totire, in una bellissima lettera inviata il 19 novembre al direttore della Stampa: non sono gli italiani a compiere oggi le bonifiche dell’amianto, «ma gli immigrati, per pochi euro, in condizioni di sicurezza incomparabilmente migliori di quelle di anni fa ma non del tutto immuni da rischi».
In Francia un collettivo sta preparando un giorno di sciopero, intitolato «24 ore senza di noi»: quel giorno gli immigrati resteranno a casa, per mostrare cosa accadrebbe se smettessero di lavorare e consumare.
Ma non sono solo economiche, le ragioni per cui l’immigrato è prezioso, indispensabile. Specialmente in Italia ha una funzione più segreta, più vera. Gli immigrati anticipano la risposta alle tre antiche domande, prefigurando quel che saranno in avvenire i cittadini italiani. Sono un po’ i nostri posteri, che contribuiranno a forgiare la futura identità dell’Europa e delle sue nazioni. Saremo quel che diverremo con loro, mescolando la nostra cultura alla loro. D’altronde le radici d’Europa son fatte da Atene, Gerusalemme, Roma, Bisanzio-Costantinopoli. Il culmine della civiltà fu raggiunto dalla res publica romana: un impasto meticcio di molte lealtà.
Gli immigrati, nostri posteri, sono proprio per questo scomodi. Perché entrando nelle nostre case ci porgono uno specchio in cui scorgiamo quel che siamo, il senso del diritto e della giustizia che stiamo perdendo. Esistono comportamenti civici che l’immigrato, accostandosi all’Europa con meno stanchezza storica, fa propri con una naturalezza ignota a tanti italiani.
Gli esempi si moltiplicano, e quasi non ci accorgiamo che la nostra stanchezza è rifiuto di preparare il futuro, e generalmente conduce al collasso delle civiltà. Il regista Francis Ford Coppola, intervistato per La Stampa da Raffaella Silipo e Bruno Ventavoli (19-11) descrive il possibile collasso: «Amo l’Italia ma mi rende triste. Perché è un paese in cui i padri divorano i figli, si prendono tutto senza lasciar nulla e i giovani devono andarsene per avere un’opportunità».
È significativo che lo dica un italo-americano, nipote di nostri emigranti. Che evochi, con l’immagine dello sbranamento cannibalico, una crudeltà radicale verso il prossimo: la crudeltà del padre che usurpa figli e futuro, convinto che fuori dal suo recinto non c’è mondo. Anche Stefano Cucchi, il ragazzo pestato a morte il 16 ottobre nei sotterranei di un tribunale a Roma, è un figlio sbranato. In alcune parti d’Italia la vita non vale nulla, uccisa dall’apatia ambientale più ancora che dalla lama. Anche qui, come nei lavori pericolosi, l’immigrato agisce spesso al nostro posto, con funzione vicaria. Nel caso di Cucchi c’è un unico testimone, anche se parla confuso: un immigrato detenuto del Ghana, addirittura clandestino, che rischia tutto rivelando la verità.
Allo stesso modo sono immigrati africani a insorgere contro camorra e ‘ndrangheta. Prima a Castel Volturno, il 19 settembre 2008, dopo una carneficina che uccise sei cittadini del Togo, Liberia, Ghana. Poi il 12 dicembre 2008 a Rosarno, presso Reggio Calabria, dopo il ferimento di due ivoriani. Regolari o clandestini, gli immigrati hanno una fede nello Stato di diritto che gli italiani, per paura, rassegnazione, sembrano aver smarrito. Roberto Saviano rese loro omaggio: «Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. In dieci anni è successo soltanto due volte che vi fossero, sull’onda dello sdegno e della fine della sopportazione, manifestazioni di piazza non organizzate da associazioni, sindacati, senza pullman e partiti. (…) Nessun italiano scende in strada». (Repubblica, 13-5-2009).
Ci sono video che dicono queste cose inconfutabilmente. Il video che ritrae l’indifferenza di decine di passanti quando venne ucciso, il 26 maggio, il musicista rumeno Petru Birlandeanu, nella stazione cumana di Montesanto. Il video che mostra l’assassinio di Mariano Bacioterracino, lo svaligiatore di banche ucciso l’11 maggio da un camorrista a Napoli. Anche qui i passanti son lì e fanno finta di niente. Difficile non esser d’accordo con Coppola: l’Italia mette tristezza, e a volte in tanto buio non ci sono che gli immigrati a emanare un po’ di luce.
Ai potenti non piacciono i film noir sull’Italia. Roberto Maroni, ad esempio, ha criticato la diffusione del video su Bacioterracino, predisposta dal procuratore di Napoli Lepore con l’intento di «scuotere la popolazione che per sei mesi non si era mossa». Insensibile alla pedagogia civica del video, il ministro s’indigna: «Hanno dato l’idea di una città, Napoli, ben diversa dalla realtà». D’altronde fu sempre così, nella storia della mafia.
Nel 1893, quando in un treno che lo portava a Palermo fu ucciso Emanuele Notarbartolo, un uomo onesto che combatteva la mafia nel Banco di Sicilia, il senatore mandante fu infine assolto perché non si voleva trasmettere un’immagine ignobile della Sicilia e dell’Italia. Durante il fascismo, il prefetto Mori combatté una battaglia che molti nel regime, nei giornali interpretarono come denigrazione della patria. Cesare Mori fu allontanato perché non imbelliva la nostra identità ma l’anneriva per risanarla.
Dice ancora Coppola che un film come Gomorra l’infastidisce. Non racconta una storia, tutto è freddo, terribile: «E’ spaventoso vedere Napoli rappresentata con tanto realismo. Quei delinquenti non sono più esseri umani». È vero, il film non è fascinoso e chiaro come il Padrino. È inferno, caos. Ma è tanto più reale. Viene in mente Salamov, il detenuto dei Gulag, quando critica il crimine troppo imbellito da Dostoevskij, «falsificato dietro una maschera romantica» (Salamov, Nel Lager non ci sono colpevoli, Theoria 1992).
Tra Dostoevskij e Salamov c’è stato il Gulag, che solo una «scrittura simile allo schiaffo» può narrare. Tra Coppola e Gomorra c’è il filmato che ritrae Bacioterracino atterrato senza schianto. È ancora Saviano a scrivere: «Il video decostruisce l’immaginario cinematografico dell’agguato. Non ci sono braccia tese a impugnare armi, non ci sono urla di minaccia, non c’è nessuno che sbraita e si dispera mentre all’impazzata interi caricatori vengono riversati sulla vittima inerme. Niente di tutto questo. La morte è fin troppo banale per essere credibile. L’esecuzione è un gesto immediato, semplice, poco interessante, persino stupido. Ma è la banalità della scena, quella assurda serenità che la circonda e che sembra ovattarla e relegarla al piano dell’irrealtà, che mette in dubbio l’umanità dei presenti. Dopo aver visto queste immagini è difficile trovare giustificazioni per chi ritiene certi argomenti diffamatori per Napoli e per il Sud».
Le tre domande dell’inizio restano. Impossibile rispondere, se la realtà del nostro divenire non la guardiamo assieme agli immigrati. Se non vediamo che non solo per loro, anche per noi e forse specialmente per noi valgono i versi di Rilke: «Ogni cupa svolta del mondo ha tali diseredati, cui non appartiene il passato né ancora il futuro più prossimo. Poiché anche il più prossimo è lontano per l’uomo».

Chiara Geloni, Il miracolo possibile della bozza Violante

da EUROPA

il miracolo possibile della bozza Violante

Come ha detto ieri Giorgio Napolitano, «si muove qualcosa». È presto per cantare vittoria e forse anche per essere ottimisti, ma piò darsi che al senato siano ripartite le riforme istituzionali, e nel merito abbia ripreso vita quel concentrato di buon senso e ragionevolezza – e possibilità di raccogliere ampi consensi – che va sotto il nome di bozza Violante. Per come è messo il sistema politico italiano, una notizia come questa appare un mezzo miracolo. Eppure è un miracolo possibile.
Il 2 dicembre l’aula di palazzo Madama potrebbe approvare in modo bipartisan una mozione presentata ieri da Anna Finocchiaro e Luigi Zanda che impegna il senato a incardinare un testo di riforma del sistema istituzionale che ricalca quello già approvato in commissione alla camera prima della caduta del governo Prodi, con un consenso, già allora, più ampio del campo del centrosinistra. È un testo che piace alla Lega, perché prevede la seconda camera espressione delle autonomie. C’è la riduzione del numero dei parlamentari. C’è un rafforzamento dei poteri del premier ma anche dei contrappesi parlamentari, del tipo di quelli delle istituzioni tedesche.
Certo, è una bozza, e nei dettagli può annidarsi il diavolo. Ma l’impianto generale non è inaccettabile per nessuno, e risponde alle esigenze di molti. Oltretutto, l’avvio di un processo di riforme in parlamento può essere un salvagente per la legislatura, mettendola al riparo dalle prossime ondate di follia che dovessero attraversare i palazzi del governo. Ma soprattutto, se la bozza riprendesse vita farebbe un gran bene alla democrazia: svelenirebbe il clima, incanalerebbe il sistema politico verso un riequilibrio, abbasserebbe la tensione tra i vertici istituzionali, dando finalmente seguito a quanto il presidente della repubblica chiede da tempo, in pratica fin dalla sua elezione.
Farebbe molto bene, e non è partigianeria dirlo, anche al Partito democratico. Che con la mossa della Finocchiaro, non estemporanea e concordata passo passo con Bersani, riprende l’iniziativa e fa valere le sue proposte proprio mentre dice no con nettezza ai pasticci ad personam in materia di giustizia, sapendo distinguere su cosa è giusto opporsi duramente e su cosa occorre cercare il dialogo proprio per evitare altri scontri in futuro. È un’iniziativa che può dare alla principale forza dell’opposizione identità e ruolo, allontanandola dai sospetti di subalternità. Per tutti questi motivi, è il momento di stare in guardia dai guastatori, che si annidano in entrambi i campi del gioco. Nel centrosinistra ieri è toccato a Ferrero («Berlusconi è un fascista, non si possono fare le riforme con lui»), ma prossimamente potrebbe essere la volta di Di Pietro. Nel centrodestra il principale indiziato è quello che ha fatto saltare il tavolo tutte le altre volte, quello a cui le regole fanno schifo, sia quelle vecchie che quelle nuove. Capito chi?

Il caso: La Gioconda aveva una gemella nuda

da LA STAMPA
1/2009 (15:19) - IL CASO
La Gioconda aveva una gemella nuda

La Gioconda

Leonardo da Vinci avrebbe dipinto un’altra Monna Lisa
PARIGI
La Gioconda, immortale capolavoro di Leonardo da Vinci, non cessa di far parlare di sè. O meglio, di «loro»: perchè all’enigmatico ritratto esposto al Louvre dobbiamo affiancare una seconda Gioconda, o meglio una Gioconda nuda, che Leonardo avrebbe dipinto con la precisa intenzione di formare un dittico e rendere omaggio ai due volti di una stessa divinità, nientemeno che Venere. Questa l’ipotesi formulata da Renzo Manetti - esperto di iconologia già autore di studi controversi sull’opera di Leonardo - nel saggio Il velo della Gioconda. Leonardo segreto (Polistampa). Il dipinto, una donna nuda dalla cintola in su seduta su un balcone nella stessa posa della Gioconda, risalirebbe al cosiddetto «periodo romano», quando Leonardo era immerso nello studio della filosofia e delle dottrine esoteriche.
«Anche se il dipinto è andato perduto», spiega Manetti, «esistono almeno una decina tra riproduzioni e opere di analogo soggetto, eseguite da allievi e discepoli, che ci permettono di ricostruire l’originale». È chiaro il riferimento a dipinti come la Monna Vanna del Salaino, allievo di Leonardo che col maestro dipinse l’opera a quattro mani, come dimostrato da recenti studi spettrografici. Alla Gioconda Nuda del maestro di Vinci si sarebbe poi ispirato anche Raffaello, che nello stesso periodo ritrasse due figure femminili assai simili tra loro, una coperta da un velo, La Velata, l’altra seminuda, La fornarina.
Tra queste, come tra le due Gioconde di Leonardo, esisterebbe un rapporto preciso: sarebbero rappresentazione delle due Veneri della tradizione neoplatonica, quella «celeste» e quella «volgare», a loro volta simboli di due diversi aspetti dell’anima umana.

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